Santiago del Cile, 1973: Allende ha i giorni contati. La CIA spiana la strada ai militari di Pinochet per portare a termine l’ennesima operazione di destabilizzazione politica sullo scacchiere internazionale. Sembra tutto incredibile, ma per Chris (un monumentale John Malkovich), che di queste manovre ne ha vissute parecchie in prima fila, dal Guatemala al Vietnam, dalla Baia dei Porci a Dallas, si tratta della vita di tutti i giorni. Una routine che però sta per cambiare definitivamente: il viaggio alla scoperta delle sculture indigene giganti a Rapa Nui con il collega e amico Lee (Sam Rockwell, all’altezza della performance del cooprotagonista), ha tutta l’impressione di essere l’ultimo.

Chris e Lee, soci in ammazzamenti e golpe per il governo, sono sbruffoncelli dall’arroganza sincera di chi pensa, o almeno in qualche momento ha pensato, che gli Stati Uniti detengano il diritto naturale di decidere cos’è meglio per gli altri. Ma il loro viaggio grottesco sull’Isola di Pasqua, con lo stato mentale di Chris che va deteriorandosi velocemente – o forse è lui il più lucido di tutti? – e l’apprensione di Lee, stretto tra amicizia e lealtà da un parte verso il partner e dall’altra all’Agenzia, diventa il pretesto per immergersi nella storia di una vita o, più facilmente, di un’intera nazione. Perché le schermaglie tra i protagonisti, fatte di dialoghi serrati e taglienti, battute fulminanti e affermazioni decisamente poco politicamente corrette, non solo sondano il terreno di una memoria personale che va dissolvendosi, ma portano alla luce una memoria collettiva poco condivisa e, anzi, quasi sempre negata (e ancora una volta è l’assassinio di JFK la madre di tutte le oscurità irrisolte made in USA).
Il risultato è non solo commovente e, a tratti, esilarante, ma nelle mani di McDonagh diventa lo specchio di una seduta psicocinematografica in grado di esporre la coscienza di una nazione poco incline all’autoanalisi. Malkovich è irresistibile nella sua vulnerabile nuova consapevolezza, inedita per il personaggio, e nel suo contorto percorso verso verità agghiaccianti spacciate come le più innocue bugie, tant’è l’abitudine spionistica a mistificare le une e le altre. Sono tutti i personaggi però, dal “junkie” direttore CIA (meraviglioso Buscemi), al misantropo fratello di Chris che vive in una capanna nella Monument Valley (un cameo delizioso di Tom Waits, as usual) fino alla moglie fedifraga di Lee, a rappresentare le tessere di un mosaico di adorabili inetti, a loro modo vittime di una storia che di certo non sono in grado di controllare perché è il sistema che fa la narrazione.

Inutile girarci attorno, la penna di Martin McDonagh è la più affilata di Hollywood. Il commediografo, sceneggiatore, regista e produttore cinematografico britannico di origini irlandesi ha la capacità, sempre più rara, di unire microcosmi infinitesimali e massimi sistemi, di mirare al cuore stuzzicando la mente, di raggelare col sorriso e di empatizzare con la follia. Tutte qualità in grado di accorciare le distanze tra passato e presente, tra opera cinematografica e realtà quotidiana, tra grande intrattenimento e la ricerca di empatia. Wild Horse Nine si inserisce così perfettamente nella filmografia dell’autore di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli Spiriti dell’isola, continuando l’immersione nelle relazioni tra personaggi borderline capaci di rappresentare e condensare, loro malgrado, il meglio e il peggio dell’umanità.











