Primo film in assoluto interamente in lingua rohingya, Harà Watan (Lost Land) rappresenta il frutto di dodici anni di esperienza di lavoro nel Sudest asiatico del regista Fujimoto Akio e dei suoi storici collaboratori, a stretto contatto con le comunità che, dalla Birmania, si vedono costrette a viaggi della speranza all’interno della regione. Peccato solo che il racconto di questa minoranza abbia ben poco di cinematografico, configurandosi piuttosto come una sorta di pubblicità-progresso tirata per le lunghe. In Orizzonti.
Dall’insediamento in Bangladesh in cui sono nati, Shafi (Shomira Rias Uddin Muhammad) e la sorella maggiore Somira (Shofik Rias Uddin) sono in procinto di mettersi in viaggio alla volta della Malesia in compagnia della madre, dove un loro cugino li attende. Dopo due giorni nella foresta, riescono finalmente a salpare, ma dopo due settimane il natante su cui sono imbarcati viene sorpreso dalla guardia costiera all’altezza della Tailandia meridionale. Separati dal genitore, i due riusciranno a scappare da un campo profughi clandestino, ma le vie del Paese ignoto si riveleranno per loro ancora più ostili.

Da sempre attento alle condizioni delle comunità di immigrati in Giappone, Fujimoto si è imposto all’attenzione internazionale con Along the Sea (2020), coraggiosa coproduzione nippo-vietnamita che aveva esposto le zone d’ombra del Technical Intern Training Program (TITP), ovvero l’accordo-quadro con cui il governo giapponese, dietro il pretesto di formare una forza lavoro più competente da rimandare poi nel Paese d’origine, dal 2016 a oggi – il programma sarà ufficialmente terminato solo ad aprile 2027 – si approvvigiona di manodopera a basso costo – per non dire schiavile – dalle nazioni viciniori in via di sviluppo.
Eppure, in Lost Land Fujimoto sembra aver dimenticato la giusta distanza – sia dal punto di vista del dispositivo che della scrittura – che aveva fatto la fortuna della sua precedente fatica. Al contrario, Lost Land segnala quasi un passo indietro, e più precisamente in direzione dell’esordio Passage of Life (2017), dove l’approccio neorealista mal si confaceva al pietismo che informava la descrizione della doppia condizione di stranieri e di rifugiati della famiglia birmana protagonista.
Qui il problema resta più o meno il medesimo, con l’approccio documentaristico – più rigoroso nella prima sezione della pellicola, dagli ultimi giorni in Bangladesh fino a circa metà della traversata per mare – che progressivamente lascia il posto a frequenti intromissioni della macchina da presa per esasperare il dramma dei piccoli abbandonati. A ciò si aggiungono delle svolte dove il buon cuore degli sconosciuti che si prendono volontariamente cura di Shafi e Somira, come anche dei buoni samaritani che, senza chiedere nulla in cambio, sfamano e vestono i profughi al loro naufragio sulle coste tailandesi, richiede allo spettatore una eccessiva sospensione di incredulità.
E vi si potrebbe pure sorvolare, se Lost Land quantomeno si instradasse sui binari della favola di denuncia pura e semplice. Tuttavia, dall’inizio alla fine Fujimoto sceglie di non fornire coordinate per l’inquadramento del problema umanitario dei rohingya, mantenendosi su una infruttuosa via di mezzo che non vuole rinunciare alla velleità autoriale di raccontare una questione che è anzitutto umana, e che dunque non dovrebbe essere ridota a cifre e citazioni in sovraimpressione.

Un intento che fa sicuramente onore a Fujimoto, a cui va riconosciuto il merito di aver saputo gestire con caparbietà un cast di attori non professionisti, e che per giunta ha per protagonisti due minorenni, con tutte le difficoltà del caso – sguardi in macchina in primis.
Ciò detto, come già visto qualche anno fa in Orizzonti con Manta Ray (2018) di Phuttiphong Aroonpheng, il tema dei rohingya si ridimostra scivoloso, con Fujimoto incerto sul registro da mantenere, come si evince da un paio di digressioni in odore di realismo magico – una su tutte, quella in cui Shafi crede di udire la voce della sorella, che lo invita a cercare l’albero di mango di cui raccontava la madre – che non avranno poi seguito nell’economia del film.
Nel complesso, Lost Land appare quindi un’opera realizzata più per la comunità rohingya in Birmania – di cui Fujimoto ha ascoltato più di duecento esponenti per ricostruire una versione verisimile di esodo – che per il consesso cinematografico e cinefilo internazionali, che può al massimo aspirare a fungere da catalizzatore identitario per chi queste esperienze di esule le ha vissute sulla propria pelle.










