Siamo nella grigia campagna bulgara, sta per arrivare l’evento che sconvolgerà il mondo per un paio d’anni, il Covid, ma nel frattempo non serve una pandemia mondiale per far vivere male i numerosi operai sfruttati indegnamente in una delle tante aziendine tessili che producono panni e giacche a manetta, ma, diciamo così, non hanno nei diritti sindacali e nel benessere dei lavoratori il loro punto forte. Iva è una madre sola che deve gestire un figlio inquieto, ma soprattutto un fratello sfruttatore, sorta di “kapò” dello stabilimento, guidato da un imprenditore straniero, un italiano. A peggiorare la situazione ci mette lo zampino, appunto, un certo virus misterioso.

Stefan Komandarev ha ormai una sessantina d’anni, e lo abbiamo seguito con grande interesse per lo meno nell’ultimo decennio, in cui si è profilato come uno dei nomi “da festival” più frequenti fra quelli provenienti dalla Bulgaria, terra che seguiamo sempre con interesse vivissimo, soprattutto per la sua ottima letteratura (leggete Gospodinov!). Due anni fa vinse il festival di Karlovy Vary con una interessante analisi dei piccoli crimini e mezzi di sopravvivenza di una generazione mal sopravvissuta al comunismo, posta di fronte a nuove traiettorie economico-finanziarie e nuove strategie di accaparramento indebito, Blaga’s Lessons, ma il regista ha in precedenza portato anche l’interessante Directions (sorta di road movie urbano a episodi) al festival di Cannes, e ha rappresentato il proprio paese come candidato agli Oscar. Insieme alla coppia creativa Grozeva-Valchanov rappresenta dunque un po’ il biglietto da visita del paese sul circuito internazionale, per cui ci si dovrebbe aspettare da lui prodotti che stimolino una riflessione ben strutturata fra Sofia e il resto del mondo cinematografico. Purtroppo, e questo suo ultimo film ce lo conferma, la nostra impressione è che il buon Stefan non si riesca a staccare mai da un certo cinema scritto a tavolino e in parte prevedibile, che si tratti di episodi di criminalità nella capitale o di riflessioni sull’infinito “passaggio post-comunista”. Le sue opere, potenzialmente interessanti, si arenano a volte in una pesantezza dell’assunto e in una mortifera pesantezza dei toni, che qui in Made in EU, diventa ancora più didascalica, nel suo tentativo di dipingere la Comunità Europea come una sorta di generalizzato campo di schiavitù. Per dire, almeno Ken Loach fa anche ridere e i suoi personaggi sono vivi.

Che il capitalismo sia corrosivo e che esso si basi sullo sfruttamento del lavoro per la produzione del ben noto surplus non ci piove; che la Comunità Europea sia ben lungi dall’essere una entità perfetta, dove sono stati raggiunti con uno schiocco di dita il Paradiso economico e “Lamerica” attesi dalle ex “democrazie” popolari, beh, anche su questo possiamo essere d’accordo. Ma il fatto che con modalità leggermente qualunquiste si faccia asserire in modo diretto e scolastico per ben tre volte all’unico personaggio positivo che “si stava meglio quando si stava peggio” ci fa presentire una strategia autoriale un po’ facilona sulla cui efficacia tendiamo ad esprimere alcuni dubbi, non foss’altro per la frontalità dichiarativa e le scorciatoie espressive che Komandarev utilizza. 

Ma ci sono anche altre cose che non funzionano. Iva è una povera donna oppressa, umiliata e offesa, che la metà basterebbe: lavora come una ossessa in uno stabilimento tessile con ritmi coercitivi e condizioni di sciacallaggio imposti, fra l’altro, dal suo stesso fratello di sangue (dunque, la colpa non è solo degli “stranieri europei”?…). Il nuovo capo dello stabilimento è un imprenditore italiano, figura un po’ macchiettistica che Komandarev fa spuntare ora a destra ora a manca quando c’è bisogno di “dare la colpa agli altri”. Infatti, non solo egli è un po’ la caricatura del padrone sfruttatore che si inventa nuove angherie per i suoi operai, ma finisce con il figurare anche simbolicamente come una sorta di untore che da Bergamo (no, davvero: Bergamo?, qualcosa di meno scontato?) ha portato il Covid nella purissima e ancestrale campagna bulgara. S’intenda bene ciò che intendiamo dire: presi isolatamente i presenti sono tutti elementi verosimili, realistici e sui quali si può in sostanza condividere un giusto sdegno; ma sono le modalità cumulative e troppo lineari della sceneggiatura che non convincono. Komandarev crea una figura quasi eroica di anziano medico, costretto (sempre dalla Comunità Europea…) a lavorare anche dopo la pensione, e, dopo avergli garantito un’aura di santità di fronte allo spettatore, gli mette in bocca delle filippiche antieuropee che, in modo semplicistico e dichiarativo, sembrano assolvere i bulgari da ogni complicità o colpa sulla propria situazione attuale. Non una parola sulla tremenda situazione in cui il paese versava durante il doratissimo comunismo, né sulla corruzione endemica che, in questo come in altri paesi dell’Europa centro-orientale, hanno risucchiato ormai per decenni milioni di sovvenzioni provenienti da Bruxelles. No, la colpa è quasi tutta del cattivo italiano che ha portato covid e capitalismo, una ricetta perfetta per l’auto-giustificazione di un popolo intero.

Dal punto di vista strutturale, sarebbe interessante la modalità con la quale la protagonista Iva viene demonizzata dalla comunità locale, in un vortice persecutorio che la isola in quanto accusata di essere il paziente zero e di aver così complicato la produzione e il misero sostentamento degli operai: anche la comunità della cittadina non ci fa assolutamente una bella figura, nel suo tentativo di trovare un capro accusatorio e nella assoluta mancanza di quella proverbiale solidarietà operaia che dovrebbe fare fronte comune contro i cattivi sfruttatori europei (ma la Bulgaria non è Europa anch’essa?). 

Spiacevolmente populista, un passo indietro convinto nella creazione di mondi verosimili e non schematici, chissà che Komandarev non impari a dire cose pur vere e a sottolineare situazione esecrabili in modo un po’ meno scolastico.