A distanza di vent’anni esatti dall’adattamento di Costa-Gavras, Park Chan-wook riporta sul grande schermo il romanzo di D.E. Westlake con Eojjeol suga eopda – titolo internazionale No Other Choice – provvedendone una rivisitazione che segna al contempo un ritorno e un inedito all’interno della sua filmografia, per quanto configurandosi come opera minore. In Concorso.
Dopo venticinque anni di onorato servizio, il tecnico cartario Man-su (Lee Byung-hun) si ritrova disoccupato a causa di un ridimensionamento. Nonostante le economie della moglie Miri (Son Ye-jin), dopo sei mesi di colloqui infruttuosi la famiglia si trova sul lastrico, al che Man-su perviene a una terribile quanto inevitabile decisione: per trovare lavoro nell’industria che ama, dovrà individuare i suoi potenziali rivali ed eliminarli in modo da assicurarsi un posto a vita.

Forte della chimica tra Lee Byung-hun – uno dei volti più noti del cinema coreano, prima con Joint Security Area (2000) dello stesso Park e poi grazie al lungo sodalizio con Kim Jee-won – e So Ye-jin – che ritorna al cinema dopo un lungo iato a favore di ruoli televisivi –, No Other Choice reca evidente la cifra di Park, il cui caratteristico sarcasmo – per non dire cinismo – ritorna graffiante nei dialoghi della coppia protagonista e dei loro conoscenti.
Di fatto, il microcosmo di No Other Choice, che non è quello della capitale Seul ma la periferia della circostante provincia del Gyeonggi – dove tutti prima o poi sperano di potersi ritirare e costruirsi una villa in stile europeo, come era costume dei pensionati d’oro fino agli anni Ottanta – è una dimensione dove la natura stessa si piega alle variazioni d’umore di Man-su e consorte. Dalla prima inquadratura, dove i colori dell’autunno sono portati a massima saturazione, si passa a una palette color cenere non appena si affaccia lo spettro della disoccupazione, sì da rendere il paesaggio non solo partecipe, ma quasi complice dei propositi criminosi del nostro tecnico.
Tale approccio antinaturalistico, in combinazione con un repertorio tecnico forse meno raffinato che in passato ma non per questo linguisticamente più povero, fatto di frequenti zoom-in, soggettive e panfocus dove la figura di Man-su costituisce l’elemento di disarmonia in composizioni altrimenti certosine, testimoniano l’abilità di Park di giocare con ogni elemento del profilmico per trasmettere il paradosso di situazioni in cui ogni cosa sembra al proprio posto, quando in realtà nulla è come dovrebbe essere.
Innovazioni linguistiche che non si limitano a scenografia o fotografia, me che anzi trovano la loro più piena espressione nella scrittura. No Other Choice è infatti un film decisamente verboso, ma dove il linguaggio ha perduto la propria funzione ordinatrice, limitato a meccanismo mimetico per il quale i personaggi sembrano riformulare più volte le proprie istanze o quanto sentito da altri, anziché ascoltare i loro interlocutori e adeguare la propria risposta di conseguenza.
In questo senso, si spiega l’atteggiamento della figlioletta di Man-su che ripete alla lettera quando proferito dalla madre, preferendo rifugiarsi nella musica con le sue lezioni di violoncello – sono proprio i suoi spartiti mostrati nelle scene finali, disegnati con pastelli colorati secondo un sistema di sua invenzione, a rappresentare la pietra tombale sul parlato, in un estremo tentativo di opporvi un nuovo ordine di senso.

Ancora, si spiega il ricorso parossistico a giochi di parole e proverbi, che, privi di qualsiasi valenza letterale e non esplicativi in quanto afferenti a un retroterra culturale che resta per forza di cose implicito, segnalano il carattere ormai meramente formale di rapporti e ruoli sociali, esautorati dalla mancanza di chiari vincoli gerarchici in una società formalmente prigioniera degli stessi.
In particolare, quest’ultimo aspetto più di altri richiama alla mente Parasite (2019) di Bong Joon-ho, il cui ritmo e sagacia degli scambi probabilmente sono stati d’ispirazione a Park in fase di scrittura – inteso come modello da superare, piuttosto che da omaggiare. Tuttavia, se Parasite era un film profondamente radicato nelle specificità del contesto socioculturale coreano, di cui dettagliava le declinazioni nazionali di invidia sociale e di eredità biologica del privilegio, No Other Choice è un’opera che abbraccia più ad ampio spettro il collasso dell’ordine che segue a quello della comunità, sia quella sul posto di lavoro o quella riunita attorno al focolare domestico.
Il fatto che nessuno dei personaggi di No Other Choice effettivamente comunichi con gli altri sarebbe appunto l’extrema ratio di una società che ha rinunciato alla dialettica e al progresso che da questa consegue. Come il gruppo di sostegno psicologico ai disoccupati ripete frasi incoraggianti a mo’ di mantra, così gli executive americani della sede centrale ripetono il loro del “colpo d’ascia” nascosti dietro gli elmetti di sicurezza – similmente al dirigente cinese dell’azienda dove Man-su affronta il primo colloquio, il cui volto è nascosto alla vista dai riflessi della luce solare. Messa di fronte all’impossibilità di trovare spazi di aggregazione, come anche di dare un volto ai padroni, la “brava gente” non può allora che riconoscere la fondatezza di quel mantra che tutti, a vario titolo e in tempi diversi, le hanno propinato: “non c’è nient’altro da fare”.
Una volta fatto di questo la propria bussola per navigare la postmodernità, la serenità è assicurata, e la vista di un uomo che veglia da solo su una fabbrica completamente automatizzata diventa l’epitome dell’opera di atomizzazione del capitale.
Temporaneamente avventuratosi in territori forse troppo estetizzanti nel precedente Decision to Leave (2022), con No Other Choice Park Chan-wook torna ad abbracciare apertamente la commedia – era dai tempi di I’m a cyborg, but that’s OK (2006) che non succedeva –, dimostrando di saperne ancora gestire l’orologeria, eccezion fatta per lo spazio dedicato a ciascuno degli omicidi che Man-su si propone di compiere. A fine visione, si ha la sensazione di una progressiva ed eccessiva accelerazione, dove le reazioni dei familiari di Man-su mal si sposano con le tempistiche della sua personale deriva criminale, inficiando l’economia di un film altrimenti perfettamente tripartito.










