Lucia, 17 anni, viene accompagnata dalla polizia nel reparto di neuropsichiatria per adolescenti di un ospedale pubblico. Non è la prima volta che ci entra, e ritrova molti lungodegenti come lei, ognuno alle prese con un vissuto difficile che ha lasciato segni profondi. Le loro giornate scorrono tra incontri con il personale medico, guidato da Etienne, e tentativi di riconnessione con le famiglie, e tipici drammi adolescenziali, che in un contesto del genere sono però spesso una bomba pronta infrangere il delicato equilibrio che permette al reparto di funzionare e provare a donare una nuova vita ai suoi ospiti.
È sempre complesso raccontare con efficacia l’adolescenza, periodo complesso la cui narrazione tende spesso a scadere in facili stereotipi. Ancora più complessa l’impresa che si è proposto Cédric Kahn, ovvero quella di focalizzarsi ragazzi con problemi psichiatrici. Kahn sceglie un approccio vincente: raccontarcene la quotidianità, anziché l’eccezionalità, scegliendo la via del verismo anziché quella, sicuramente più facile, della spettacolarizzazione del diverso e del dolore.
Questa scelta cercare la verità di sentimenti e vite intrecciate è la bussola del film, e si ritrova sia nel comparto narrativo che in quello visivo. La sceneggiatura nasce grazie a un lavoro etnografico di Kahn e Kahina Le Querrec in veri reparti di psichiatri per adolescenti. Questo lavoro preparatorio così approfondito e attento alle esperienze e alle voci dei pazienti ha indubbiamente pagato: il film brilla per realismo sia nelle vicende narrate, sia nella costruzione dei personaggi e delle loro relazioni. Gli adolescenti che vediamo in scena sono veri, autentici, e non facili stereotipi su cui cucire una storia. Allo stesso modo, il personale sanitario è umano, tremendamente umano, e lo vediamo discutere, commettere errori, ottenere grandi vittorie ma anche sonore sconfitte; vivere momenti di sconforto e altri in cui hanno la soddisfazione di aver restituito serenità a un ragazzo problematico.
A livello visivo, il film si concentra sempre su volti, sguardi, momenti individuali e collettivi, senza però cercare facili pietismi con primissimi piani o esplosioni di violenza esagerate. Il taglio non è quello dei medical drama di successo, tutti viscere e situazioni assurdamente complesse, ma quello di un documentario che è interessato prima di tutto alle esperienze dei suoi protagonisti. Il risultato è un film che fa vedere i mostri che attanagliano queste ragazze e questi ragazzi e chi cerca di aiutarli senza farne spettacolo, ma aiutando e persino educando lo spettatore a capire la loro quotidianità.
Kahn dirige il giovanissimo cast con mano sicura, riuscendo a ottenere prove eccellenti e soprattutto creando una chimica irresistibile che contribuisce all’efficace riuscita del film, donandogli un cuore emotivo che fa sì che lo spettatore non sia semplice osservatore delle vicende narrate, ma ne diventi partecipe.
L’unica nota leggermente stonata è il finale, che abbandona lo sguardo collettivo per concentrarsi su due personaggi che, fin lì, non avevano fatto nulla per meritare attenzione particolare, e che si trovano ad agire in un contesto molto diverso. Se la vicenda narrata risulta comunque interessante, questo cambio di prospettiva crea una distonia con il resto del film che diluisce la forza di quanto visto fin lì.
15/18 (A Place To Heal) racconta con efficacia e sensibilità la quotidianità di vite in bilico e di come si cerca di donare loro un nuovo equilibrio, giorno dopo giorno, una battaglia dopo l’altra. Si ottengono grandi vittorie ma anche sonore sconfitte, ma non si smette mai di provarci e di credere che, attraverso il lavoro collettivo, si possa arrivare a un futuro migliore.











