A Macerata MutOmaggio 2006
Seconda serata, a Macerata, per Mutomaggio, rassegna tutta dedicata al cinema d’essai in bianco e nero. Nonostante l’aria calda, i profumi estivi, la voglia di uscire, c’è chi preferisce, ancora una volta, scendere sottoterra per godersi, in un cinema del centro storico, un capolavoro del 1927: “Aurora – un canto di due esseri umani”.
E di sicuro non si sarà pentito della scelta fatta, visto che la seconda opera in cartellone, per questo piccolo festival a ridosso della bella stagione, venne definito da Truffaut come “Il più bel film della storia del cinema” e il suo regista proclamato, nel 1958, dai critici dei Cahiers du Cinema, come “il più grande regista di tutti i tempi”. Del resto, come dar loro torto? Aurora, primo dei quattro film americani di Murnau, premiato con due premi Oscar, miglior fotografia e miglior attrice protagonista, sorprende, stupisce, commuove, intenerisce il cuore e subito dopo lo fa scoppiare di una sana e sincera risata: una novella semplice ed universale, una commedia dolce/amara, proprio come la vita, che non risparmia qualche benevola tirata d’orecchi a mariti un po’ troppo focosi, e che regala agli spettatori un confortante lieto fine.
La storia è così comune che la si potrebbe ascoltare in ogni luogo, narrata da chiunque, oggi come allora: un giovane contadino, George O’Brien, perde la testa per una donna di città, venuta, inconsapevolmente, a turbare l’armonia agreste di una famiglia felice; per questo amore folle e distruttivo, decide, in accordo con l’amante, di uccidere la propria consorte (Janet Gaynor): solo dopo aver fallito il piano, ed essersi, i due coniugi, ritrovati assieme nella tentacolare città, si ritroverà l’apparente tranquillità, prima che un funesto incidente vada di nuovo a minare quell’affetto così puro e delicato.
Sono gli alti e bassi dell’amore ad esser portati sullo schermo, con leggerezza, semplicità, grazia, sullo sfondo di una netta, ed edificante, contrapposizione tra città (ricca, caotica) e campagna (pacifica, salutare): le vicende dei due giovani paiono voler dire a tutti noi che il tesoro più raro non è quello lontano, brillante ed irraggiungibile, ma quello che ci sta accanto e, proprio per questo, tanto più invisibile e prezioso.
Ciò che colpisce, in questa pellicola della fine degli anni Venti, è la modernità della regia: inquadrature, luci, fotografia, recitazione, montaggio, tutto appare geniale ed espressivo, immediato eppure ricercato. Murnau decide di raccontare questa storia usando incredibili riprese, sequenze ricche di novità, stupefacenti sovrapposizioni, primi piani espressivi (anche quello del maialino ubriaco, una delle tante perle del film), scene girate in esterno, ritmi incalzanti, trovate umoristiche degne del miglior Chaplin; e le due ore di pellicola corrono via veloci, tra poesia e malinconia, dolcezza e brio, come solo un maestro del cinema sa fare.






