Gratificata dal successo, presso pubblico e critica, delle ultime mostre, specie quella sugli impressionisti dell’Est,
la Azienda speciale Villa Manin , con la preziosa collaborazione di Marco Goldin, prosegue nella sua politica espositiva di alternanza fra esposizioni dedicate ad autori nati o operanti nell’ambito locale e altre dedicate a personalità di rilievo internazionale.
La stagione primaverile si apre con una rassegna omaggio ai tre fratelli Basaldella, Afro, Mirko, Dino frutto di un interessante lavoro scientifico che ha consentito di proporre, oltre alle opere più note, opere sconosciute che completano il catalogo di Afro. Il percorso espositivo , impostato su criteri cronologici, offre le opere provenienti dalle principali collezioni pubbliche italiane , le più significative rispetto a quelle presenti in vari Musei di grande prestigio internazionale.
Di Afro pittore sono presenti i dipinti che illustrano l’evoluzione del suo stile dal figurativo all’informale mentre degli scultori Mirko e Dino sono state commissionate riproduzioni a colori di tutte le sculture esposte con tecniche ad alte definizione capaci di restituirne fedelmente forme e colori.
Se si analizzano le vicende biografiche ed artistiche dei tre fratelli, si può osservare come i loro percorsi siano stati in gran parte simili , dagli esordi comuni nell’ambito della “ Scuola friulana di avanguardia” agli anni romani dove frequentarono gli artisti della cosiddetta Scuola romana, Scipione, Mario Mafai Corrado Cagli.- Durante un comune soggiorno a Milano Afro e Mirko frequentarono lo studio di Arturo Martini, presentando poi alcune loro opere nella Galleria Il Milione di Milano. Agli inizi la pittura di Afro si riconobbe nel neocubismo, ma fu un’esperienza transitoria che parve non corrispondere alle sue esigenze espressive. Nel biennio 47 – 48 infatti si allontana dalle suggestioni coloriste e compositive di Morandi e Mafai per tuffarsi nell’area del picassismo con inflessioni fauve.
Nel 1950 il viaggio a New York segnò una profonda svolta nel suo dipingere sotto l’influenza dell’action painting che lo spinse definitivamente nell’informale. E’ evidente che numerosi sintomi di questa evoluzione, erano già avvertibili nei sui dipinti figurativi: se si osserva il magnifico quadro che fa da logo alla mostra, vi si possono cogliere i sintomi significativi: attorno alla gabbia ben delineata in cui è chiuso l’uccello , foglie autunnali sembrano via via decomporsi e sollevate dal vento si sciolgono in un cielo indefinito coloristico e disegnato con larghe pennellate. Sarà infatti il tonalismo veneto insito nel suo DNA, perfezionato nel soggiorno romano , a volte acceso a volte smorzato, a dare forma all’informale e rappresentare la cifra stilistica di Afro. Si incammina verso il surrealismo astratto, cantato sul rigo musicale dei rossi – vedi la tela che esalta la sua terra natale Il Friuli agostano – o nel più alto lirismo articolato nelle soffuse modulazioni del bianco e nero o inciso nel parossistico scontro di vorticose cascate cromatiche. Pochi essenziali colori ci introducono nel cosmico pulsare dell’inconoscibile.
I due fratelli scultori pur partendo da una poetica comune, operano in modo distinto e facilmente riconoscibile. Dino predilige grandi figure totemiche verticalizzanti. Dopo un inizio figurativo anch’egli vira verso l’astratto. L’opera emblematica di questo passaggio è Donne che gridano, magnifica versione scultorea e femminile dell’ Urlo di Munch che si vedrà a settembre nella grande mostra che Villa Manin dedica alla pittura nordica. Lame bucate, intrecciate , materia che vuole piegare ma sembra sfuggire all’artista in un impeto di ribellione e rivincita. Dino nell’esaltazione del surrealismo storico abbraccia e modula la materia ( il ferro soprattutto) sublimandola nell’ efflorescenza del sogno e delle pure forme di un plasticismo introspettivo e lirico.
Mirko volge invece il suo sguardo al passato: le sue piccole figure si potrebbero affiancare alle statue arcaiche del Museo di Nasso , altre ricordano gli antichi guerrieri apuli, o statuine incas . Mentre un suo viaggio a Parigi allarga il suo orizzonte creativo aprendolo alla cultura europea, la svolta definitiva del suo scolpire lo si deve alla passione, al coinvolgimento emotivo con cui ha realizzato i cancelli delle Fosse Ardeatine. Da quel momento i temi tradizionali vengono tradotti in forme archeologiche che si avvalgono dei materiali più disparati, legni dipinti, mattoni, residui di scarti industriali, in una virtuosa aspirazione al recupero , in un esigenza di gridare la sua protesta contro questo mondo che dal consumismo incipiente immagina precipitare verso gli eccessi e la dissoluzione.






