PJ HARVEY ORA BALLA DA SOLA

Il 28 maggio è uscito in Italia Uh Huh Her, ultima fatica discografica dell’eccentrica cantautrice del Dorset. Un disco asciutto, minimale, in cui l’ultima dea pagana del rock suona quasi tutti gli strumenti e canta, ancora una volta, la disperata ricerca dell’amore.

Sono passati 4 anni dall’ultimo album in studio, quel Stories from the City, Stories from the Sea (Island/Universal) che aveva proiettato Polly Jean nel sofisticato reticolo metropolitano di New York. Dismessi gli abitini glamourous e le sonorità fin troppo levigate, la trentaquattrenne cantautrice torna a casa nella vecchia Inghilterra, rimette i maglioni extrasize e, senza un filo di trucco, ci regala un disco al limite del low-fi. Che cosa è successo?
Chi conosce PJ non dovrebbe stupirsi dei suoi cambiamenti repentini: la sua camaleontica (e un po’ schizofrenica) personalità l’ha spesso portata verso esperienze estreme e contraddittorie che si riflettono bene nell’immagine di ninfa/arpia dalle labbra esageratamente scarlatte e i tratti mascolini.
Con questo disco Polly raggiunge la piena consapevolezza della forza intrinseca della sua scrittura: come Narciso guarda compiaciuto la sua immagine riflessa nello stagno, così Polly ascolta la sua voce registrata su un registratore a 4 piste e si piace da impazzire, tanto da incidere un intero album mantenendo quella sensazione da ‘presa diretta’. Inoltre suona tutti gli strumenti, limitando la collaborazione di altri musicisti all’indispensabile (Rob Ellis alle percussioni), ed è produttrice unica di tutti i pezzi del cd. Solo il missaggio è affidato (in parte) a Head, fido collaboratore dalla notte dei tempi.
Il risultato è un disco asciutto – veramente dry, come il celebre debutto discografico del ‘92 – essenziale negli arrangiamenti e dall’anima disperatamente blues. Però la prima impressione è che si sia esagerato: poche trovate sonore, riff ripetuti uguali fino alla nausea, persino la voce sembra troppo piatta nelle dinamiche. Intendiamoci, ci sono dei pezzi veramente belli, come Who the Fuck? (già pubblicata l’anno scorso nella Desert Sessions 9 & 10 di Josh Homme e soci), la divertente The Letter (non a caso scelta come primo singolo), It’s You, The Disperate Kingdom of Love: sono canzoni ‘nude’ che si reggono da sole su un filo melodico riuscito e su un testo di grande valore. Però nell’insieme questo cd, per ricerca formale e musicale, non è ai livelli di Rid of Me e To Bring You My Love.
I testi non sono inclusi nel libretto, ma si capisce chiaramente che il tema dominante è quello di sempre, l’amore: bugiardo e crudele in The Life and Death of Mr. Badmouth, ingenuo in Shame, erotico in The Letter, romantico in Turn Up The Radio, e disilluso in The Disperate Kingdom of Love. Da questo punto di vista non c’è niente da fare: Polly Jean sonda e analizza tutti gli archetipi dell’amore e della femminilità con una crudezza e un’innocenza che non hanno davvero eguali nella più recente storia del rock.

Sito ufficiale dell’artista:
www.pjharvey.net

Discografia:
Dry (Too Pure, 1992)
Rid of Me (Island, 1993)
4 Track Demos (Island, 1993)
To Bring You My Love (Island, 1995)
Dance Hall At Louse Point (Island, 1996)
Is This Desire? (Island, 1998)
Stories From The City, Stories From The Sea (Island, 2000)
Uh Huh Her (Island/Universal, 2004)