A un anno di distanza dal Leone d’Oro alla Carriera, Werner Herzog torna al Lido, in Concorso Venezia 83, con Bucking Fastard, suo ultimo lungometraggio di finzione ispirato alla storia vera delle gemelle Freda e Greta Chaplin, balzate agli onori della cronaca negli anni Ottanta per un’accusa di stalking e per la peculiare caratteristica dell’essere unite da un legame simbiotico, che le portava a compiere insieme qualunque gesto, a muoversi e parlare all’unisono.
Herzog riprende questa storia e affida la parte delle protagoniste, le sorelle Jean e Joan Holbrooke, a Kate e Rooney Mara, sorelle anche nella vita reale. Conosciamo Jean e Joan in un’aula di tribunale, dove le due sono chiamate per difendersi dalle accuse di stalking nei confronti dell’uomo del quale sono entrambe innamorate, Gareth Mulroney (Orlando Bloom). Jean e Joan sono la stessa persona in due corpi diversi, condividono pensieri ed emozioni, sentimenti e speranze, in un mondo che non solo non le comprende, ma che le tratta come fenomeni da osservare con morbosa attenzione. Dalla loro parte sembra esserci solo l’assistente sociale al quale è stato affidato il loro caso, Timothy, interpretato da un ottimo Domhnall Gleeson che, a fronte di un minutaggio piuttosto ridotto sullo schermo, si rende protagonista di una prova di grande spessore.
Jean e Joan, due anime in simbiosi che sembrano fuori dal mondo e il cui mondo riusciamo a conoscere solo attraverso la percezione di occhi esterni, condividono lo stesso sogno: raggiungere una terra in cui possa finalmente concretizzarsi la possibilità del vero amore. Trovano questa terra da sogno, dai contorni mitici come una sorta di Atlantide, nelle isole Orcadi e, per raggiungerla, iniziano a scavare un tunnel nelle imponenti montagne vicino a casa della zia che le ospita.
Kate e Rooney Mara sono il cuore pulsante di questa storia che parla di amore, appartenenza, affermazione e difficoltà, che Werner Herzog racconta con trasporto e ironia, lasciando che sia il contesto – ambientale e sociale – a costruire il ritratto delle due protagoniste. Le due sorelle Mara sono artefici di una prova che non si fa fatica a definire perfetta, dall’attenzione ai gesti a una sincronia di parole e sguardi che non smette di colpire dall’inizio alla fine. Non c’è pretesa di esaurire il mondo delle due sorelle Holbrooke, come testimonia un finale volutamente enigmatico. Piuttosto c’è un’indagine tanto gioiosa quanto malinconica e a tratti dolorosa, portata avanti con un impianto narrativo, registico e tecnico che abbraccia volentieri una dimensione quasi onirica eppure così prepotentemente concreta.












