Primavera dei Teatri, edizione 19

La diciannovesima edizione di Primavera dei Teatri, il festival ormai storico che si svolge nella tarda primavera a Castrovillari, in provincia di Cosenza, è risultata particolarmente indovinata per varietà e livello degli spettacoli in programma. Caratteristica della rassegna calabrese è la commistione fra artisti, addetti ai lavori e pubblico (sempre molto numeroso): in un’alchimia resa possibile dagli organizzatori di Scena Verticale – Saverio La Ruina, Dario De Luca e Settimio Pisano – ormai rodati in questa veste di ‘padroni di casa’ attenti e ospitali, è ancora possibile avere uno scambio di opinioni, approfondire un passaggio, farsi convincere su una soluzione scenica, agevolati anche dal contesto conviviale che accompagna e conclude le tre rappresentazioni giornaliere.

Sul versante spettacolare alcune proposte sembrano particolarmente convincenti e coinvolgenti. La prima, seguendo anche l’ordine di visione, è Benedetta, scritto e diretto da Mimmo Sorrentino. In una scena sguarnita ed essenziale due attrici, Federica Ciminiello e Margherita Cau, si alternano nel raccontare la storia di una donna detenuta per reati associativi in contesti di criminalità organizzata. Ad avvincere non è tanto il fatto che le due siano effettivamente detenute, anche se prossime alla scarcerazione, ma la drammaturgia creata da Sorrentino a partire dalle narrazioni con cui è venuto a contatto nel suo costante lavoro in carcere. Le parole scorrono veloci, alcune frasi ricorrono quasi a orientare lo spettatore, che si trova ‘inondato’ da informazioni sempre maggiori sulla vita di questa persona, sdoppiata in due voci come due – si potrebbe dire – sono i mondi chiamati in causa, quello ‘dentro’ e quello, rievocato, della libertà. Madre, compagna, complice, Benedetta esprime senza clamori una solitudine terribile, una condizione opprimente che si porta con sé dalla giovinezza, e che sembra poter scomparire solo dietro le sbarre, grazie alla scoperta dell’amore, regalatole inaspettatamente dalla propria compagna di cella. Un affresco di grande delicatezza, che non sconfina mai nella retorica di tanto teatro-carcere dai fini dichiaratamente ‘sociali’: il lavoro di escavo del regista permette di entrare nelle pieghe della narrazione con semplicità e immediatezza.

Tutt’altro colore possiede il riuscitissimo Amleto take away della compagnia Berardi-Casolari, che vede, come spesso succede, Gianfranco Berardi solo in scena a evocare con larga dose d’ironia le contraddizioni del nostro tempo, affetto da velocità e tutto proteso in superficie. Coadiuvato dalla coautrice Gabriella Casolari, anche lei presenza  in scena, anche se defilata, Berardi utilizza il testo dei testi, l’Amleto shakespeariano, virandolo in chiave contemporanea e offrendone una lettura ‘per pillole’ che si rivela molto efficace. Il ricorso al capolavoro del Bardo, irrinunciabile a un certo punto della carriera d’interprete, in questa lettura recupera e accentua l’originaria natura metateatrale, e ne fa uno strumento un po’ stralunato che contrappone la profonda vitalità dell’attore in carne e ossa alla virtualità smunta e onanistica tipica della nostra epoca. Tra momenti di evidente e autoironica comicità e altri di più incisiva disamina dei nostri giorni, lo spettacolo corre verso la fine con un ritmo leggero e indovinato, sotto al quale si annida più di una domanda capitale.

Analisi conturbante della contemporaneità è anche quella offerta dal gruppo Sotterraneo con Overload: qui assistiamo all’arrivo di Foster Wallace, grande scrittore americano morto suicida nel 2008. È lui ad accogliere il pubblico con un eloquio da tedioso docente universitario che propone ai suoi studenti l’aneddoto dei pesci: «Ci sono due pesci che nuotano e a un certo momento incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: “Che cavolo è l’acqua?”» La figura di Wallace, sempre sul filo del paradosso, continua a essere presente durante tutta la performance, che però viene interrotta costantemente da una sorta di ‘connessione multimediale’: è il pubblico stesso a essere chiamato in scena per modificare quanto vi accade, attraverso un cartello luminoso che richiede l’attivazione di un ‘contenuto extra’ da parte di almeno uno spettatore. Questo accorgimento permette agli attori – tutti bravissimi, anche dal punto di vista atletico – di scatenare le situazioni più assurde e impreviste, mentre la riflessione coinvolge argomenti cruciali della modernità, come la sempre minor capacità di attenzione dell’essere umano. A questi sconvolgimenti ‘interattivi’ ed esilaranti, che sconfinano nel fantascientifico e a volte nel trash più sfrenato, fa sempre ritorno la monotona voce dello scrittore, che illustra capillarmente la giornata passata assieme alla moglie Karen che ha preceduto la sua morte. Uno spettacolo di grande visionarietà, che chiude al meglio Primavera dei Teatri 2018.

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