Per iniziare a conoscere Scipione Sangiovanni, oggi, si potrebbe partire dall’ascolto dei bis dei suoi concerti: quelli della sua ultima performance per la Gioventù Musicale di Modena, per cui si è esibito il 17 dicembre, includevano Totentanz di Liszt, una propria trascrizione delle Stagioni di Astor Piazzolla e di Lucevan le stelle. Il programma vero e proprio del concerto si sostanziava invece delle trascrizioni di Bach – Busoni di Ciaccona in re minore e Toccata e fuga in re minore, oltre che della Partita in do minore BWV 826 e della Toccata n. 1 di Girolamo Frescobaldi, del 1637.
Sangiovanni è dotato di una musicalità lirica disarmante, che colpisce dritto al cuore senza dilungarsi in sentimentalismi. Talvolta, questa qualità così evidente nel suo bis verdiano, si nasconde sotto l’impressionante muraglia di un virtuosismo che, quale una coltre compatta ma al contempo finemente orchestrata, è però condizione sine qua non per avvicinarsi ad un repertorio di trascrizioni busoniane. Quanto alle sue variazioni sulle Stagioni (o forse meglio dire Libertango), convincenti pur senza essere propriamente jazzistiche, somigliano probabilmente a quanto Liszt in e Bach a quattro mani avrebbero cogitato estemporaneamente, improvvisando sul tema.
Ma in questa fase è ancora sulla tecnica impeccabile, sull’amplissima gamma di sonorità e sulla potenza di fuoco che Sangiovanni decide di puntare per stupire il pubblico, e queste doti non esitano a materializzarsi con fragore, sulle note di Liszt e nelle romantiche, tumultuose trascrizioni di Busoni dei capolavori bachiani. Il pianista nella tempesta tiene il timone di ogni voce, e stupisce per la capacità di creare effetti acustici di grande plasticità.
Gli si potrebbe allora augurare che il nuovo anno lo porti a superare definitivamente quella lieve ”angoscia” perfezionistica che lo stesso Sangiovanni indica quale caratteristica della sua attività sul palcoscenico, lasciandolo libero di abbandonarsi, come sa perfettamente fare, alla musica.





