Ultimo episodio di quello che è ormai un sestetto di racconti morali iniziato formalmente da Schrader con Dog eat dog ma distinto soltanto a partire dal tuttora ineguagliato First reformed, il più recente The basics of philosophy trasporta l’oggetto d’indagine dei suoi predecessori in un luogo inedito e gli cuce addosso una veste nuova, colta, ben lontana dalla brutalità esplicita (qui solo accennata, patinata) che fungeva da costante espressiva. Colpa e redenzione rimangono i due poli dello spettrometro autoriale, ma inedita è l’ambizione teorica con la quale il pilastro della New Hollywood affronta l’ennesima variazione sul tema. In Concorso a Venezia 83.

John Jorissen – Jack Huston –, professore di filosofia nel Midwest, nasconde dietro la facciata di una vita modesta ma risolta un tremendo senso di colpa. Il successo professionale cela un’anima tormentata dal rimorso per quel rapporto sessuale con Miguel – Daniel Zovatto da adulto –, figlio del giardiniere della casa padronale, all’epoca quattordicenne. Lo scandalo venne pragmaticamente messo a tacere dal facoltoso padre di John, nel presente appena venuto a mancare, che offrì al ragazzino messicano le migliori possibilità scolastiche in cambio del suo silenzio. Una volta perduto il pur conflittuale riferimento paterno, i nodi irrisolti nella vita del professore iniziano a venire al pettine.

Cambiamento, trasgressione e redenzione, conflitto di ragione e passioni tristi, fatalità dei ruoli di vittima e carnefice. A differenza di ex galeotti, giocatori d’azzardo e giardinieri, Jorissen possiede lo strumentario culturale per affrontare direttamente lo zodiaco delle angosce del tipico personaggio schraderiano. Dopo “l’incidente”, ha dedicato la sua vita alla prima vocazione del padre, la filosofia, e nello specifico all’opera di Spinoza, alla quale si applica con ardore e di cui propone un’attualizzazione in un libro che tuttavia non riesce a concludere. Lungi dal trovare una soluzione all’impasse, finisce dunque per far coincidere l’aporia teoretica del testo con la macchia indelebile nella sua vita. Giunto infine alla resa dei conti con se stesso, si rende conto che l’unica alternativa possibile al perdono rimane il suicidio.

Tralasciando per pietà un esame della lettura che per interposta persona Schrader dà dell’EthicaThe basics of philosophy, che poi è anche il titolo del corso tenuto dal nostro, costruisce un personaggio quanto più possibile ambiguo, tentando di razionalizzare, pur nei limiti della decenza, la violenza terrificante per eccellenza in un corpo che invece sembra quantomeno poter essere abitato da una brava persona, lontano dall’efferatezza testimoniata dagli Epstein files. Ambigua è la sua morale così come ambigua è anche la rappresentazione della sua sessualità, quasi catturata nello sforzo teoretico-giustificatorio a cui viene affidata la speranza di cambiamento. Le ragioni dell’aggressione non vengono chiarite, nonostante la tendenza a porre quesiti esistenziali (perché? perché?) durante le lezioni; viene accennata una possibile omosessualità repressa che si perde nei meandri di un intreccio piuttosto ingarbugliato nonostante la breve durata. L’atto violento in sé nemmeno interessa a Schrader, disposto a esplorare soltanto modi e attributi dell’eventualità del perdono, scartando a prescindere qualsiasi ipotesi eziologica, anche a costo di scadere in un certo semplicismo.

Il professor Jorissen alla fine si pone la stessa domanda che sembrano farsi tutti i suoi cinque precedenti omologhi, parimenti uomini solitari in Dio (cfr. Wolfe), con accezione più tecnica: come fare il bene nella piena consapevolezza che il bene non è possibile – in prima istanza per propria colpa? La risposta che si dà non è certo pari alla bontà del suo nume tutelare, che addirittura compare in qualità di allucinazione per fugare l’ultimo dubbio dal cuore del protagonista, come fosse lo spirito del Natale more geometrico. Dall’epifania del fantasma del molatore olandese infatti la prospettiva di seguire un fil rouge coerente naufraga irrimediabilmente: l’iniziale confusione del regista nel tradurre la sua personale mappa dell’umana inquietudine in più nobili termini si rivela in tutta la sua meschinità, squadernando invece un coacervo centrifugo di pulsioni vaghe, lontano dal preciso ritratto di solitudine che costituisce l’architettura portante di tutti i suoi film più riusciti; di pari passo procede la trasposizione grottesca dell’ecosistema accademico.

Della sestina sicuramente il meno riuscito, The basics of philosophy non solo non va nemmeno vicino allo spasimo spirituale di First reformed, ma segna un nuovo nadir sotto Master gardener, esibendo ancora i limiti dell’indagine morale schraderiana, specie quando viene inopinatamente sovrapposta a un’istanza compiutamente etica. Sembra invero che sia propria una carenza di profondità teorica ad affossare l’ultimo affresco cinematografico di Paul Schrader.