La dodicesima edizione di Schermi d’amore

Un bilancio

Giovedì 10 aprile si è aperta a Verona la 12° edizione del Verona Film Festival protrattasi poi fino al 20 aprile. Dieci giornate di intensa cinematografia piene di proposte, inediti, rivisitazioni, omaggi a registi cult, accomunati dal gusto melò, in un percorso ideale che continua il discorso avviato più di dieci anni fa nella città scaligera.
Le sezioni del festival sono quelle tradizionali: l’assenza di “Occhi di donna” viene giustificata dai presidenti affermando che lo spirito di questo omaggio, presente nelle precedenti edizioni, si può dire attraversi l’intero programma a partire dal film d’apertura L’altra donna del re di Justin Chadwick. Troviamo quindi innanzitutto “Amori in concorso” in cui gareggiavano dieci film sull’amore nel terzo millennio, aperti su paesi ed epoche diverse, con stili differenti e varie poetiche.

Fuori concorso, invece sono i film della sezione “Panorama” già visti in altri Festival internazionali soprattutto Cannes, Berlino, San Sebastian. Losey, Fassbinder, Walsh raccontano storie sentimentali interpretando in modo vario il melodramma.
Di George Cukor nella sezione “Il film è femmina” si sono viste 14 pellicole rappresentative dell’intera filmografia del regista che lo riconfermano come uno dei maggiori artefici del melò made in Hollywood. Nella sezione “5×2” la monografia su Francois Ozon ha rappresentato un doveroso omaggio a un regista sostenitore convinto della validità del melò anche nell’epoca attuale, in quanto forma ideale per la rappresentazione delle passioni umane.
Vi è poi da notare che, nonostante la presenza irrinunciabile nelle varie pellicole, dell’elemento caratterizzante il festival, l’amore, questa edizione del 2008 ha riservato particolare attenzione ai nuovi linguaggi, videclip musicali e alla nuova concezione del cinema nell’era di You Tube. Il Festival ha voluto unire in uno sguardo ideale maestri consolidati, nuovi autori e giovani filmmakers dal linguaggio sperimentale, abbracciando passato e presente proiettati verso un futuro ancora non ben definito.

Si è trattato anche di un Festival proiettato nella didattica e nel sociale con ‘corti’ a livello internazionale pensati per l’infanzia, divertenti e istruttivi a un tempo come a esempio Il sorriso del gufo e il suo aiutante maialino, giunto fin dalla Lettonia e accolto con entusiasmo dai piccoli spettatori.
Già il film scelto dal direttore artistico Paolo Romano per inaugurare le proiezioni Il y a longtemps que je t’ame di Philippe Claudel si presentava ricco dei due elementi emblematici della rassegna veronese: lo scorrere del tempo e l’analisi dell’amore.
L’opinione comune nel giudicare questa dodicesima edizione è che ci si è trovati di fronte ad una svolta rispetto ai canoni tradizionali ai quali ci aveva abituati; la particolarità consiste nell’allargamento del concetto di melò che si é aperto ad altri generi coinvolgendo mistery e ghost movie.

I giurati si sono espressi unanimamente sulla bontà delle opere selezionate, ciascuna ricca di una propria poetica e accumunate nell’osservazione realistica e verosimile della vita quotidiana.
Ammirevole poi la passione con cui la Detassis, direttrice a Milano della rivista “Ciak”, ma di origine trentina, si impegna da sempre per la valorizzare il ruolo della donna nell’attuale società, portando avanti i suoi progetti e riconoscendo, con un apposito premio “Femme fatale, Femministe fatale” la versatilità, l’ironia, le risorse intellettuali e morali dell’altra metà del cielo.
Vince il premio maggiore “Calzedonia” il film spagnolo La Soledad di Jaime Rosales con la seguente motivazione: “Per avere trovato una propria cifra poetica nell’analizzare con discrezione la quotidianità della vita senza compiacimenti naturalistici”.
E’ triste però dovere ancora una volta constatare, a sipario calato, la totale mancanza nelle pellicole in concorso di ogni problematica religiosa, solo incidentalmente e banalmente accennata, quasi di passaggio, senza alcun approfondimento o riflessione. A meno che non si rifletta che ogni azione umana non abbia in sé l’impronta del divino.