giovedì, Settembre 3, 2026
Home Cinema Focus Film XXX Bergamo Film Meeting: Mostra concorso

XXX Bergamo Film Meeting: Mostra concorso

Vince il viaggio in America di Demy jr.

Ad aprire la Mostra Concorso della trentesima edizione del Bergamo Film Meeting è stato Las acacias, un film argentino che alle spalle aveva numerosi riconoscimenti (primo fra tutti, la Camera d’Or a Cannes). La storia è molto semplice: un camionista taciturno si trova costretto ad accompagnare in un viaggio dal Paraguay all’Argentina una donna con una bambina di pochi mesi. L’iniziale, muta, ostilità si trasforma nel possibile sbocciare di un sentimento. Pablo Giorgelli racconta questa vicenda con pochissimi dialoghi, osservando i gesti quotidiani e i silenzi dei protagonisti, nel chiuso della cabina nel camion, lasciando solo intuire le loro motivazioni e il loro passato, di cui ci viene detto ben poco. Con questa estrema scarnificazione del racconto, il regista non cerca risvolti simbolici o trascendenti, ma rimane saldamente ancorato all’osservazione della realtà terrena degli esseri umani. Las acacias è un film molto fragile, ma di grande sensibilità umana e di notevole, anche se non esibita, capacità di racconto. Significativamente, in una dichiarazione a “Sight & Sound”, il regista faceva notare che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la sceneggiatura non è di pochi fogli ma di ben 85 pagine: “ogni cosa è molto dettagliata e le scene nelle quali i personaggi non parlano sono lunghe anche una pagina e mezzo, perché descrivono i modi di guardare, i piccoli gesti, le sensazioni”.

Dei due film successivi avevamo già parlato tempo fa, quando passarono a Locarno. Uno di questi, Onder Ons di Marco Van Geffen, ci aveva molto delusi (Brevi note su film non memorabili, in “NonSoloCinema”, n. 22, 2011): parlando di immigrazione e di paure vorrebbe essere problematico, ma finisce per essere solo ambiguo. L’altro, Din Dragoste Cu Cele Mai Bune Intenţii (Best intentions) di Adrian Sitaru, che a Locarno vinse per la miglior regia, ci era molto piaciuto (Memento mori, in “NonSoloCinema”, n. 22, 2011): la brillante padronanza dei mezzi tecnici del regista (che filmava con elaborati piani sequenza) e la splendida prova degli interpreti venivano messi al servizio di una profonda concezione “umanistica” del cinema.

Irritante è invece l’aggettivo che ci sembra più adatto per descrivere En ville di Valérie Mréjen e Bertrand Schefer: un film di/su/per “bobos” (bourgeois bohèmiens). La confezione è dimessa e pauperistica, mentre i dialoghi, che mischiano pretenziosamente le più trite banalità a frasi da libro stampato, trattano di amore, precarietà e confronto tra le diverse generazioni (“ai miei tempi c’era la guerra”, “noi credevamo alla rivoluzione”), sfociando in più punti nell’autoparodia involontaria. L’osservazione del proprio ombelico e della propria noia spacciata per profondità esistenziale.

L’israeliano Emek Tiferet (A beautiful valley) di Hadar Friedlich è un film crepuscolare, segnato dal senso di sconfitta. Racconta di Hanna che è pensionata ma vorrebbe ostinatamente continuare a lavorare, soprattutto per mantenere vivi i valori del kibbutz. Il declino fisico, che preannuncia la morte, porta la donna a fare i conti con i rimorsi, i rimpianti, le delusioni e le sconfitte accumulate nel tempo. Attraverso questa vicenda, il film osserva il tramonto dell’utopia comunitaria del kibbutz, ormai costretta alla ritirata dagli imperativi economici e dall’affermarsi incontrastato dell’individualismo. Non ci sono happy ending consolatori: le speranze che l’ideologia del kibbutz portava con sé sono state ormai definitivamente sconfitte. Friedlich tiene basso il coefficiente di drammatizzazione, spezzando la narrazione in brevi frammenti nei quali l’espressione dei sentimenti è sempre trattenuta, e riesce a far plausibilmente interagire le vicende private con il significato del contesto collettivo. Lo svolgimento soffre però di una certa prevedibilità.

In La mitad de Óscar la malattia e poi la morte del nonno riuniscono fratello e sorella che si erano separati. Il film dello spagnolo Manuel Martín Cuenca si fa notare per la studiata costruzione delle inquadrature: il regista utilizza lo schermo panoramico ma lo suddivide spesso in riquadri più piccoli, attraverso i netti contrasti tra parti luminose e parti buie. Talvolta questo contrasto di luminosità assume valenze simboliche (come nell’inquadratura in cui la silhouette del protagonista copre il sole che sorge). Se la parte figurativa del film ha una sua eleganza un po’ accademica, la costruzione dei personaggi, lo sviluppo drammatico (con un’impennata nel finale, in parte anticipata da alcuni indizi – se in un film a un certo punto si vede una pistola, prima poi qualcuno la deve usare…), e i contrappunti che si presumono ironici (i dialoghi col pensionato che porta da mangiare al protagonista) manifestano invece evidenti debolezze.

A chiudere il concorso è stato infine Mathieu Demy, figlio di Jacques Demy e Agnès Varda. Americano – che racconta del viaggio del protagonista negli Stati uniti per sistemare le cose lasciate dalla madre morta – esplora i temi della memoria cinematografica (i ricordi del protagonista bambino sono tratti da Documenteur di Agnès Varda, e la ballerina del nightclub che ha un figlio piccolo si chiama Lola, come la protagonista del film di Jacques Demy), delle relazioni famigliari e del viaggio come scoperta di sé e delle proprie radici: al termine del viaggio una parte di lui muore (quando, verso la fine, viene interrata una bara, per un attimo si rimane col dubbio che possa trattarsi del protagonista, che può essere morto nell’incendio di poco prima), mentre quella che ha superato la prova capisce ciò che realmente conta (alla fine torna dalla fidanzata con uno spirito nuovo). È un film che soffre di qualche lungaggine e di un certo squilibrio (nella seconda parte) nell’accumulo di situazioni rocambolesche e nei passaggi di tono e di genere (il faccia a faccia col tizio del nightclub come un duello western, per esempio). Aspettiamo il regista al varco delle future prove per capire se il suo cinema sia furbo e manierato o sincero e appassionato, se i riferimenti ai film del padre e della madre siano commoventi omaggi o astuti specchietti per allodole cinefile.

Il giudizio del pubblico, che qui a Bergamo decreta i vincitori dei premi, è stato in parte divergente dal nostro. Comprensibile che il primo premio sia andato ad Americano: malgrado i dubbi che abbiamo espresso sulla sua reale sostanza, aveva indubbiamente modalità di racconto accattivanti e poteva contare su un cast comprendente alcuni volti noti (Selma Hayek, ecc.). Il secondo posto è andato a Las acacias, che a nostro parere, assieme al film di Sitaru (ingiustamente trascurato: forse perché considerato troppo ripetitivo), stava una spanna al di sopra di tutti gli altri. Il pubblico bergamasco, contrariamente a noi, ha infine valutato in modo positivo il francese En ville, al quale ha assegnato il terzo posto.

Las Acacias – Argentina, Spagna, 2011 – 82’ – Regia di Pablo Giorgelli. Con Germán De Silva, Hebe Duarte.

Americano – Francia, 2011 – 105’ – Regia di Mathieu Demy. Con Mathieu Demy, Chiara Mastroianni, Geraldine Chaplin, Selma Hayek, Jean-Pierre Mocky; Carlos Bardem.

Din Dragoste Cu Cele Mai Bune Intenţii (Best intentions) – Romania, Ungheria, 2011 – 102′ – Regia di Adrian Sitaru. Con Bodgan Dumitrache, Nataşa Raab, Marian Râlea, Alina Grigore, Adrian Ritieni, Clara Voda, Adina Popescu, Mirela Cioaba.

Emek Tiferet (A beautiful valley) – Israele, Francia, 2011 – 85’ –Regia di Hadar Friedlich. Con Batia Bar, Gili Ben Ouzilio, Hadar Avigad, Ruth Geller, Eli Ben-Rey, Hadas Porat.

En ville – Francia, 2011 – 75’ – Regia di Valérie Mréjen e Bertrand Schefer. Con Lola Créton, Stanislas Merhar, Adèle Haenel, Valérie Donzelli, Ferdinand Régent, Barthélémy Guillemard, Bertrand Schefer.

La mitad de Óscar – Spagna, 2010 – 89’ – Regia di Manuel Martín Cuenca. Con Rodrigo Sáenz de Heredia, Verónica Echegui, Denis Eyriey, Manuel Martínez Roca.

Onder Ons (Among Us) – Olanda, 2011 – 84’ – Regia di Marco Van Geffen. Con Dagmara Bak, Natalia Rybiocka, Rifka Lodeizen, Guy Clemens, Reinout Bussemaker.