Femme fatale è stato l’ultimo vero film di Brian De Palma, il coronamento di quarant’anni di una straordinaria carriera. Le poche opere successive erano più che altro cartucce rimaste inesplose, gli ultimi botti dell’epilogo. E se Black Dahlia o Redacted potevano a loro modo essere interessanti – specie il secondo – lo stesso non si può dire per il superfluo Passion e il recentissimo Domino, nelle sale italiane in questa settimana. De Palma ha già avuto modo di esprimere il suo disappunto nei confronti della produzione, in particolar modo non ha risparmiato critiche al ramo danese: sembra non solo che non abbiano pagato del tutto la troupe, ma anche che ci sia stata una forte pressione per tagliare circa mezz’ora di girato per rendere il film più appetibile.

Domino arriva quindi nella sale di tutto il mondo già con le stimmate del film rinnegato, e lo stesso regista ha disconosciuto il progetto in modo più che chiaro, anche se il film non si distanzia affatto dalla poetica e dai tropi depalmiani. Siamo di fronte a un thriller vecchio stampo che pesca a piene mani dalla spy-story classica nel mettere in gioco i conflitti e le relazioni dei personaggi. Inizia tutto quando Christian (Coster-Waldau) facilita la morte del collega Lars in servizio con una sua negligenza, e, mosso dai sensi di colpa, si mette in viaggio per l’Europa assieme alla collega – nonché amante di Lars – Alex (van Houten) per catturare Ezra Tarzi (Ebouaney), terrorista doppiogiochista in realtà al soldo della CIA (nella persona di Joe/Guy Pierce) che a sua volta sta dando la caccia a Salah al-Din, che non il sultano curdo ma un esponente di spicco dell’ISIS.

A metterla così sembra anche più complessa di quanto non sia in verità, perché la narrazione si dipana in maniera piuttosto semplice e lineare, incapace di ripiegarsi su se stessa e celare i suoi colpi di scena per via di una sceneggiatura debole. Il lavoro di Skavlan è di basso livello, vive di espedienti banali, coincidenze e combinazioni fortuite (in un thriller, ma si può?) e ha una corsa monotona, senza variazioni di ritmo. In virtù di ciò De Palma è chiamato agli straordinari, deludendo più di una volta, perché gli espedienti registici con cui il nostro cerca di nobilitare le casualità di cui vive il film alla lunga diventano gratuiti; il divario da colmare è tanto così nel cercare di colmarlo lo stesso De Palma va fuori giri. Insomma, la coperta è corta.

Eppure le basi c’erano se si prova a guardare il quadro d’insieme. Domino poteva essere almeno un buon film retro da leggersi come un omaggio a uno stile che non esiste più, infarcito com’è di citazioni a L’uomo che sapeva troppo o Intrigo internazionalerispetto ai quali manca però di qualsivoglia fantasia, di quella sana artificiosità che rende sorprendente ogni ribaltamento di fronte. Si fa fatica a intravedere suspense nel film, ed è strano visto chi c’è dietro la mdp. Solo la scena finale ci permette di notare quei meccanismi di creazione della tensione alla vecchia maniera, pur esagerando e sconfinando appena nel ridicolo.

Ezra-Ebouaney è il personaggio che funziona meglio, l’unico dotato di una buona caratterizzazione e narratologicamente compiuto. Gli altri protagonisti sono monodimensionali, prevedibili, stereotipati. Il rapporto Christian-Lars non è nemmeno un tributo, ma il tropo buddy-cop ai suoi minimi termini, e Coster-Waldau è parecchio ingessato nella sua interpretazione, non riesce ad arricchire per nulla un personaggio di per sé già piatto. Ancora peggio va nella seconda parte di film, dove non mostra nessuna alchimia con la partner Carice van Houten; fatto curioso, visto che i due si ritrovano dopo la conclusione di Game of thrones, le cui colpe sono da attribuire però all’attrice, del tutto avulsa dal contesto e mai in partita, in seguito anche, probabilmente, al fatto di essere stata catapultata nel film a pochi giorni dall’inizio delle riprese. La prescelta per il ruolo era Christina Hendricks, sostituita dall’olandese, riserva ufficiale, all’ultimo momento, con esiti drammatici. Di contro, fa risaltare tutti gli altri interpreti per contrasto.

Spiace in fondo sapere che il titolo che chiuderà la carriera di De Palma – così sarà a meno di clamorosi ribaltoni – sarà proprio Domino, progetto morto sul nascere e povero di idee nella sua breve vita. Già l’onore di chiudere le porte della filmografia di uno dei mostri sacri della New Hollywood lo dota di uno strano fascino, cosa che fa poi pendant con l’atmosfera anni ’80-’90 che si respira durante al visione, nonostante più di un elemento di riporti alla modernità dei giorni nostri, segno che almeno l’aura da spy-story sia una cosa voluta, forse l’unica a essere riuscita. Per concludere, Domino è un film inconcludente, scialbo che esiste solo grazie al nome di De Palma sulla locandina, altrimenti l’avremmo già catalogato come inutile film estivo insieme alla solita montagna di ciarpame. Le zampate del vecchio geniaccio ci sono ancora, ma non possono salvare alcunché.