Un film dolce e armonioso che ha però grande forza e coraggio: denuncia infatti apertamente e senza indulgenza la prepotenza e l’arroganza di un certo tipo di “machi”, per lo più mediterranei , e lo stupido perbenismo borghese che si spaccia per moralità e “normalità”.
Assaf vive a Tel Aviv, ha diciassette anni ed è il “cocco di mamma”. Ha una chiara inclinazione per l’arte ma, all’insaputa della sua borghesissima quanto ottusa famiglia, anche per gli abiti femminili. Quando i genitori causalmente si accorgono di questa sua inclinazione, lo mettono letteralmente alla porta. Per quattro anni Assaf non ha contatti con la famiglia e si rifà una vita con il nome di Anna, bellissima e talentuosa cantante drag queen, finché le si presenta un investigatore privato che le comunica che la madre Gallia la vuole al capezzale del padre Shlomo, morente di cancro.
Anna rifiuta la proposta fattale dall’uomo per conto della sua famiglia, ma trova lo stesso il modo per accudire il padre: si presenta all’ospedale come infermiera privata incaricata dall’assicurazione. Con il padre, burbero uomo d’affari, è dolcissima e paziente ma mai indulgente e la sua determinazione rende possibile il sorgere tra i due di un rapporto intenso e umanissimo.
Ben presto però la madre riconosce nella misteriosa infermiera il figlio e ne è inorridita. Il fratello del padre, che dapprima era stato affascinato dalla splendida Anna e le aveva fatto delle insistenti avances, da lei garbatamente ma fermamente respinte, è furioso: si credeva irresistibile per le donne e invece scopre che aveva fatto la corte a un ragazzo, senza nemmeno rendersene conto. Il doppio scorno è causa di botte per la sfortunata Anna e intimazione di non avvicinarsi mai più al padre.
Ad onta di questa minaccia, Anna fino alla fine resta vicino a Shlomo che ha bisogno di lei, serena e convinta di fare ciò che sia giusto.
Solo dopo la morte di Shlomo si scoprirà che costui sapeva e che forse, a suo modo, aveva capito e amato il figlio/figlia, benché, avesse accettato che vivesse fuori dalla sua vita.
Questo film, dal titolo inquietate e simbolico “Melting away (Dissolversi)” trae spunto da una tragico fatto cui il regista e il suo compagno nonché sceneggiatore Billi Ben Moshe avevano assistito inorriditi: nel 2009, a seguito di una spedizione punitiva contro la comunità LGBT di Tel Aviv, vennero uccisi un ventiseienne e una diciassettenne; altre persone, tra cui alcuni minori, restano ferite. Quella tragedia ebbe però un ulteriore finale di forse maggior amarezza: alcuni genitori dei sopravvissuti, infatti, si rifiutarono di visitare i loro figli in ospedale. A tale segno di crudeltà riesce a condurre il pregiudizio, l’ignoranza, l’ottuso formalismo: un comportamento simile a quello della ricca famiglia di Anna. Al contrario, l’umile madre di uno dei suoi amici con dolcezza e ironia aveva accettato l’omosessualità del figlio.
Il regista Doron Eran mette in scena per la prima volta in Israele il confronto tra una famiglia e il figlio transgender. Ma Eran non è nuovo a questi temi: ha infatti in curriculum una ventennale esperienza di regia e lunga serie di film di profondo impegno sociale, oltre a molti riconoscimenti sia nazionali sia intenzionali.
Israele, 2011, HD, 86′, col.
regia
Doron Eran
sceneggiatura
Billi Ben Moshe
montaggio
Reut Han
fotografia
Daniel Kedem
scenografia
Yoram Shayer
suono
Itamar Cohen
musica
Dany Reichental
interpreti
Hen Yanni, Limor Goldstein, Ami Weinberg
produttore
Doron Eran, Moshe Edri, Leon Edri, Billi Ben Moshe
produzione
Penny Lane Production House LTD






