L’amorie degli inizi
Nei numerosi spettatori che applaudono al termine della proiezione de La lunga notte del ’43 proiettato all’interno della rassegna “Gli amori degli inizi”, il sentimento prevalente è una grande amarezza che può essere racchiusa tutta nell’affermazione del direttore del TFF.
Moretti sistema le sedie, sposta le bottigliette d’acqua e quella sensazione è ancora presente nella platea che accoglie l’ingresso del regista ferrarese, classe 1926, autore tra gli altri di opere di impegno politico come La banda Casaroli (1962) e Il delitto Mattei (1973), di opere più intimiste come Le stagioni del nostro amore passando per lavori televisivi come La piovra 2 e Piazza di Spagna.
Lo sdegno è tutto per il finale del film: il protagonista Franco, tornato dopo essere scappato in Svizzera durante la guerra, inconsapevolmente stringe la mano all’assassino di suo padre che impunemente gira libero per la città, in un’Italia anni’60 “riappacificata”, con la memoria davvero corta.
Nel film si narra una brutta pagina di storia del nostro Paese: siamo nella Ferrara occupata del 1943 e i fascisti con retate e soprusi di vario genere fanno vivere la popolazione in una tensione continua. Inoltre le faide si sprecano e il violento Aretusi detto “sciagura” un giorno fa uccidere il camerata Bolognesi. Dell’attentato vengono accusati gli antifascisti e durante la notte dell’11 novembre del 1943 (nel film la data è stata posticipata di un mese), in una retata, vengono stanati e fucilati nel centro della città 11 persone. Tra i morti c’è il padre di Franco. Il ragazzo ha da poco riallacciato i fili di una relazione con Anna, il suo primo amore purtroppo ora sposata con un invalido che passa tutte le sue giornate alla finestra e che, testimone dell’eccidio, non lo denunciò.
“Quella giornata cambiò la mia vita” esordisce il regista introducento la discussione sulla sua opera prima vincitrice del Leone d’Oro a Venezia nel 1963. “Era il primo giorno di scuola e io abitavo in centro, poco lontano dal luogo della carneficina. In piazza sentii le donne che urlavano e con la mia bici feci una piccola deviazione e vidi tutti gli 11 corpi riversi a terra. Ne fui profondamente colpito”.
Moretti inizia la discussione palesando un suo fastidio per i film che “hanno passaggi improvvisi all’oggi, i pezzi stilistici e didascalici”, sottolineando che “questa invece è una piacevole eccezione perché quella scena ha un senso preciso, dà una computezza a tutto il film visto”.
E la cosa straordinaria di quella scena è anche l’essere giocata su un paio di battute e su uno zoom toccante sulla lapide che chiude il film: Gino Cervi, “Sciagura”, l’ex boia, stringe la mano a Franco come ad un vecchio amico ritrovato: “Ma sa che lei con il passare del tempo assomiglia sempre di più a suo padre?”. E Franco interrogato dalla moglie su quella figura liquida l’incontro: “Ma è solo un poveraccio, non credo che abbia mai fatto nulla di male”.
Vancini a ruota libera: “Il film venne combinato velocemente: venne progettato tra l’estate e l’autunno del 1959 e girato fra febbraio e marzo 1960. Quello per l’Italia è un momento tremendo. Tambrini è il presidente del primo governo sostenuto dall’MSI, una destra ancora profondamente fascista e così vicina a quegli uomini che le lotte partigiane avevano combattuto.
Ha un vero e proprio apparato in parlamento e i movimenti tra le forze politiche sono molti. Inoltre l’armistizio dell’allora ministro della giustizia Togliatti (segretario del Partito Comunista) aveva liberato dalle carceri moltissimi fascisti e non era raro quindi ritrovarseli per strada a girovagare completamente impuniti. Quello dello squallido era un personaggio inventato, ma a Ferrara ne era piena di uomini così, era emblematico di una realtà palese.
Il clima era così caldo che il primo produttore a cui proposi il film, Goffredo Lombardo della Titanus, mi chiese di togliere i fascisti e mettere i tedeschi”. Molti erano allora i film su invasori e patrioti. Per la mia testardaggine a non disonorare quegli undici morti con un falso, non ottenni neppure il contributo statale che allora non veniva negato a nessuno dei circa 250 film che si producevano in un anno in Italia”. Ed ebbe qualcosa del miracoloso che la selezione di Venezia che lo accettasse.
E poi Moretti vuole tornare alla quotidianità di quei giorni di guerra e chiama sul palco Renzo Ventauri, presidente Associazione Cinema Giovani ed esercente storico di Torino perché il film inizia con Anna che decide di uscire “per prendere un po’ di svago” e quindi va al cinema dove incontrerà il suo primo grande amore Franco. E quindi sorge spontaneo al direttore capire se il cinema era davvero importante durante la guerra.
“Era un sognare” – dichiara il regista – “un’evadere; ma come racconto nel film spesso le proiezioni venivano interrotte dagli allarmi bombardamenti e la gente usciva dalla sala per poi rientrarci 30-40 minuti dopo. La gente, anche se in misura minore continuò a frequentare le sale cinematografiche anche dopo i bombardamenti del 1943. Io avevo 17 anni e iniziavo ad amare il cinema. Due film nel periodo della mia formazione mi cambiarono profondamente: La grande illusione di Jean Renoir e Ombre rosse di John Ford.
Ventauri invece ricorda che allora gli spettatori erano oltre 500.000 e un film viveva in sala molto tempo con anche 10-15 passaggi anche grazie al grandissimo apporto degli agenti regionali. “Io vedevo soprattutto film musicali italiani, quelli con Beniamino Gigli per intenderci, che contenevano canzoni di grande successo. Poi i film di Fernandes doppiati in genovese, i film comici, film tedeschi… Sus l’ebreo fu un film terribile e i film ungheresi che aprivano il mercato ungherese”.
Il film è tratto da un racconto di Giorgio Bassani. Ma sottolinea subito Vancini: “Questa trasposizione rispetto a quella di De Sica (Il giardino dei Finzi Contini) e di Montaldo (Gli occhiali d’oro) gli piacque. Non partecipò alla stesura della sceneggiatura nella quale aggiunsi la figura di Franco interpretato da Gabriele Ferzetti e dove cambiai anche il personaggio femminile che nel racconto è un po’ una “sciacquetta” con intorno 3 uomini uno peggiore dell’altro. Trasformai completamente il finale perché il racconto si conclude con un processo a “Sciagura” dove viene chiamato il farmacista che mente dichiarando di non aver visto nulla.
Il personaggio di “Sciagura” era inventato ma boia per Ferrara non mancavano. Ricordo un commissario della questura, un pronipote di De Sanctis (il grande critico letterario). Finita la guerra venne processato e condannato a morte ma forse stette un anno scarso in galera. Con l’armistizio uscì anche lui.
Però l’uccisione di Ghisellini che diede origine a tutte le rappresaglie accadde realmente. Vennero uccisi degli innocenti ma era palese a tutti già 24 ore dopo che si era trattato di una faida fascista, che “si erano ammazzati tra di loro”. Persino nei verbali della questura è specificato che l’assassino era uno che aveva molta dimestichezza con lui.
E da Bassani il passo verso Pier Paolo Pasolini, co-sceneggiatore insieme al regista e a Ennio De Concini è breve. “Pier Paolo me lo presentò Giorgio nel 1954” ricorda Vancini. “Quando lavorò con me non aveva ancora esordito come regista in Accattone ma era già un grande poeta. Non offrì un grosso apporto al testo: “Sua è la pagina della fuga di Franco che vuole raggiungere il confine ma un compagno lo esorta a restare e a lottare”.
Il paessaggio, nei film visti in questa rassegna, è uno dei protagonisti. Prima la Napoli di Rosi (La sfida, 1922), la Sicilia dei Taviani e Orsini (Un uomo da bruciare, 1962 e poi la Venezia di De Bosio (Il terrorista, 1963). E ora Ferrara che svela il regista “venne ricostruita in teatro dall’architetto Carlo Egidi. La nebbia di alcune scene molto intense venne ricreata con una luce diffusa. Fu una scelta coraggiosa, in città girammo solo 4 settimane e nessuna di quelle più tragiche davanti alla farmacia. Ribadisco: il momento storico proprio non lo consentiva”.
Le persone fuori dalla sala sono già in coda per la proiezione successiva. L’ultima riflessione che Moretti chede a Vancini è nei confronti dei maestri del neorealismo. “Qual era il tuo atteggiamento?”. E questa volta d’amarezza si riempie l’animo dell’81enne regista: “Io coglievo nei miei coetanei un grande rispetto, anche se sapevamo per esesempio che Blasetti faceva film un po’ fascisti gli riconoscevamo una grande passione che ci accomunava. Si evince che la generazione di mezzo, quella di Nanni, aveva lo stesso rispetto per noi. Invece rimando allibito oggi, di come parlino con una iattanza che mi sconvolge i giovani d’ oggi. Mi dà fastidio, trovo la cosa decisamente molto poco elegante e sto usando un eufemismo”.






