Da oggi in tutte le librerie è possibile acquistare due bei documentari che in comune hanno solo il colore verde e la volontà di testimoniare realtà dimenticate dal panorama televisivo attuale. “L’erba proibita” è un viaggio attraverso una pianta chiamata Cannabis mentre con “Camicie verdi” di Claudio Lazzaro ripercorriamo misteri e segreti della Lega Nord.
Il documentario, in Italia, è quel genere di filmato pericolosissimo e pertanto morto più volte già prima di poter nascere, seppellito dalle randellate dei conflitti d’interesse e di un potere politico impaurito dal suo potenziale di critica, dai talk-show di prima serata, tra Rai e Mediaset, ovvero dalla lotta spietata per imbonire un’audience sempre più numerosa e succube di un modello televisivo-commerciale che macina introiti e appiattisce le coscienze.
Luca Buelli, della casa bolognese Pierrot et la Rose, ricorda questo dato esemplificativo: “Cinque anni fa i dati sul documentario tra Italia e Francia parlavano di uno a otto; otto documentari trasmessi in Francia contro uno diffuso in Italia, ma oggi il rapporto è certamente peggiorato”. Il “fu” documentario italiano è quel racconto della realtà che con la sua critica vasta e imprevedibile ha da sempre fatto paura ai governi italiani di ogni colore, dai democristiani alla sinistra. La sua presenza e sopravvivenza è il segnale, la cartina di tornasole di una moderna democrazia mediatica che può riflettere e criticare il suo stesso mondo: oggi più che mai è tenuto lontano dai palinsesti italiani che cercano audience e consenso per rastrellare pubblicità, consolidando nuovi poteri economici e facendo ballare di gioia i centri occulti di persuasione di massa.
Tutte queste ragioni dovrebbero aumentare la nostra sensibilità e attenzione verso prodotti che, almeno per ora, hanno una distribuzione limitata e costruita su misura. Il primo che vogliamo segnalare è L’erba proibita realizzato da un collettivo di “appassionati” ed esperti della Cannabis. E’ dedicato a Giancarlo Arnao che per trent’anni ha scritto di droghe combattendo luoghi comuni, moralismi e proibizioni. Paolo Rossi ricopre il ruolo di conduttore all’interno di un film-viaggio le cui finalità sono, essenzialmente, investigative. Molte le domande sollevate. Che cosa è veramente questa pianta? E’ giusto considerarla pericolosa? Come si produce l’hashish? Chi si fa le canne è un criminale? Tra serio e faceto, ogni quesito trova una risposta. Professori, avvocati e dottori si alternano a personaggi più conosciuti come Dario Fo, Dario Vergassola, David Riondino, 99 Posse, Frankie HI-NRG, Articolo 31 e molti altri. Attraverso un fine e accurato utilizzo di materiale d’archivio, il documentario offre un ampio spettro: dalla storia della canapa si passa agli aspetti socio-culturali, scientifici e di costume per arrivare ai movimenti anti-proibizionisti o agli effetti chimici sul corpo umano. Non meno importanti sono gli esperimenti di liberalizzazione, l’attuale legislazione e le nuove scoperte sugli effetti terapeutici.
Il secondo documentario in uscita nelle librerie (e forse nelle edicole) ha per titolo Camicie verdi – Bruciare il tricolore ed è distribuito dalla Dolmen Home Video. Il tentativo di base è quello di descrivere, in modo distaccato e neutrale, il movimento della Lega in tutte le sue declinazioni e contraddizioni. “Nel quinquennio berlusconiano – dice il regista – la Lega Nord è stato un argomento che le televisoni pubbliche e private non potevano affrontare, a causa della contraddizione che sempre riemerge, tra il ruolo di governo del partito di Bossi e il suo dna antistato. A conferma, nessuna delle emittenti televisive interpellate ha accettato di finanziare il progetto”.
Il racconto inizia con i festeggiamenti della Lega Nord per l’approvazione della devolution in Parlamento e continua seguendo Mario Borghezio nei suoi affollati comizi. Apprezzabile il gesto del regista Claudio Lazzaro, un giornalista che decide di lasciare il Corriere della Sera e investire la propria liquidazione per costituire una società finalizzata a realizzare documentari a basso costo. “Invece di lamentarci per l’informazione negata – dice Lazzaro – per la pappa precotta che ci viene offerta da tanta televisione, dovremmo investire in qualcosa di nuovo e di opposto, tentare ciò che non è permesso, rinunciando al guadagno immediato (nella speranza di rientri futuri)”.
Per fare il film, Lazzaro (produttore, operatore e tante altre cose ancora) oltre a seguire la parte giornalistica, ha dovuto studiare le nuove tecnologie a basso costo e imparare a usarle. Come se non bastasse, Lazzaro ha attraversato, insieme ai due operatori che si sono alternati nell’avventura, la Padania in lungo e in largo cambiando alloggio per circa un mese. Non male per un’opera prima.






