Al centro della scena tre fratelli e una sorella. Dalla morte dei genitori hanno sempre condiviso tutto, nel bene ma soprattutto nel male. Ad essere narrati sono i rapporti di amore e odio morbosi, che i tre ragazzi hanno con la sorella (Nina). Nina è in abito da sposa e viene portata a spalle, quasi cadaverica, sulla scena dai tre. La ragazza è incinta e promessa sposa ad un marito che non ha mai visto. La natura di Nina è remissiva, pronta ad accettare tutto e stare ai soprusi dei fratelli, che a loro volta si rivelano violenti ed ignoranti. L’epilogo è triste come la società che ha concepito questi personaggi. Nel 2002 lo spettacolo ha vinto il premio Ubu come migliore novità italiana.
Emma Dante definisce così “Carnezzeria”: “ E’ la storia di una di queste famiglie di carne da macello, con i suoi legami morbosi, con le sue fughe isteriche e paralizzanti, con la sua aria ristagnata di odore di fumo. Il clima è di festa, apparentemente gioioso, ma con un pericolo imminente: bellezza e perdita tutt’uno”. Questo binomio può essere colto attraverso le scelta scenografica. Il palcoscenico riprende la forma di un’ immaginetta sacra all’interno della quale agiscono i quattro personaggi. Sono proprio le luci delle candele e dei ceri a delimitare il dolore soffocato della protagonista le cui movenze e posture non fanno altro che accentuare un senso di totale smarrimento. L’unico invito rivolto al pubblico è quello di “guardare con rispetto” o meglio assistere all’azione senza abbassare lo sguardo. Cercare di condividere la loro bestialità senza giudicarla o smuoverla.
“Carnezzeria” a Palermo sta per “Macelleria”: il titolo allude alla distruzione fisica e psicologica a cui vanno incontro i protagonisti, tre fratelli e la sorella Nina, prigionieri delle convenzioni e vittime di rapporti incestuosi. Estremamente risucito il momento in cui Nina rievoca momenti della loro vita: estrae da una tasca sul suo grembo fotografie dei membri della famiglia e dei luoghi dell’infanzia e, come se parlasse con il pubblico, con una voce tra lo straniato e l’infantile, inizia a svelare alcuni drammatici episodi della sua adolescenza. I tre fratelli, che parlano in dialetto, a tratti incomprensibile, per caratterizzare maggiormente la realtà siciliana, la interrompono spesso per impedirle di raccontare alcuni terribili segreti di famiglia che si possiamo solo intuire. Gli attori discutono, danzano e ricreano suoni e rumori con mezzi semplici come lo schioccare della lingua e i colpi di tacco, così da caratterizzare il mondo rustico a cui appartengono.
L’apparenza è la necessità per questi ragazzi, apparire ed essere rispettati. Ma dietro, all’interno, tra le mura domestiche, si celano segreti indicibili di violenze e soprusi. Nina è incinta ma non ha mai visto suo marito. Il suo pancione è un’apparenza da giustificare assolutamente ed i fratelli hanno combinato questo inesistente matrimonio per lavare i panni sporchi, che si sono sporcati in famiglia. Manuela Lo Sicco dà prova di un’abilità straordinaria nell’esagitato movimento di tutto il corpo. Toccante nei suoi atteggiamenti infantili che vogliono mostrare un ritardo mentale.
dramma in un atto
di Emma Dante
con Gaetano Bruno, Sabino Civilleri, Enzo Di Michele, Manuela Lo Sicco
scene: Fabrizio Lupo
responsabili tecnici: Tommaso Rossi
regia: Emma Dante
una produzione Sud Costa Occidentale e CRT Milano
in scena al Teatro Palladium di Roma dal 12 al 14 maggio 2006






