Il peggio non è avvenuto: nessun cantante si è ritirato dalla gara come molte case discografiche avevano minacciato in giornata per protesta all’esibizione di Loredana Berté, e la Berté non si è scatenata in nessun atto tragico al cospetto dell’Italia. Non si sa se sia stato meglio o peggio, dal momento che molta gente era disposta a veder scorrere sangue sulla scalinata per rianimare l’agonizzante macchina-festival. L’unica certezza è che in questa terza serata si è rianimato ben poco.
Bisogna dir la verità: gli italiani sono tutti molto buoni, molto comprensivi e molto commossi da tutto quel che è successo, ma la realtà è che il lato morboso della penisola si aspettava già grida, piazzate, scene madri in Eurovisione, possibilmente qualche cadavere. Tutti si immaginavano già la Bertè furibonda che addenta il naso di un violinista per poi sgretolare la già esigua figura di Chiambretti con la sola forza dello sguardo mentre Baudo cerca di fare scudo umano col suo corpo, ed infine una maledizione lanciata a tutta Italia sottoforma di un assordante acuto dei suoi che menomasse le capacità uditive dell’intera popolazione che seguiva in diretta il dramma.
Niente di tutto ciò: Loredana ha cantato la sua canzone, che come ormai è noto è stata squalificata ieri nel pomeriggio perché non inedita: gli stessi autori l’avevano composta vent’anni orsono e Ornella Ventura – interprete conosciuta solo in Groenlandia e nel villaggio dei Puffi fino a poche ore fa – l’aveva pubblicata con il titolo Ultimo segreto. In men che non si dica la Bertè, che molti davano come favorita data la risposta entusiasta dell’Ariston e l’efficacia della canzone, “è stata eliminata” per dirla come fosse un reality show, quale tra l’altro Sanremo è sempre stato. La mancata tragedia si esurisce comunque nei primi quindici minuti (sarà interessante vedere i risultati auditel del momento) con un duetto con Ivana Spagna la quale sfoggia un look da Barbie-terza-età se possibile ancora più terrorifico di quello della partner: abito ovviamnete della maison-Bertè. Del resto se si fosse vestita in tailleur il divario sarebbe stato fatale per i nostri animi già duramente provati da ore ed ore di cadute di gusto. Loredana canta ammanettata e conclude la canzone con un monologo in difesa dei bambini, facendo sembrare l’insieme un’indefenita furia degli elementi senza filo logico. La Bertè aspira ora a vincere il premio della critica, che porta il nome della sorella scomparsa, obiettivo però arduo vista l’esclusione.
Passati i primi quindici minuti, ogni aspettativa svanisce in delusione e lascia spazio a tre ore che sembrano tre millenni di canzoni e siparietti senza alcun momento davvero interessante. Le performance da ricordare sono state anzi quelle degli ospiti speciali, fatto abbstanza desolante: il baby-pianista di nove anni Marc Yu, che ha tratti dava l’impressione di essere bionico, ipotesi per altro non da escludere, e la cantante israelo-francese Yael Naim, che ha portato sul palco quella freschezza che i vari Little Tony e Cutugno avevano eclissato. Doveva essere la serata più all’insegna della musica, quella in cui ogni artista portava uno o più ospiti speciali e riarrangiava il suo brano per l’occasione. Niente di tutto questo, e i duetti sono stati fra i meno azzeccati di qualsiasi edizione.
Come mai, ad esempio, la canzone melodico-pseudo-rockeggiante di Lola Ponce e Giò di Tonno a tratti si interrompe per lasciar spazio a degli intervalli di flamenco, con un netto cambio di musica? A chi è venuto in mente di unire il flamenco ad una canzone di Gianna Nannini? Perfino Topo Gigio avrebbe giudicato l’idea priva di ogni senno. E Little Tony? Little Tony e il flamenco è un abbinamento ancora più sconcertante. La sua canzone spoglia di qualsiasi arrangiamento orchestrale si mostra in tutta la sua scarsità, e tutto d’un tratto i Gypsy King Family cominciano a cantarla in spagnolo, con cenni gitani mentre l’Elvis de noantri viene attorniato da ballerine. A questo punto lo stesso si potrebbe fare con qualsiasi canzone del mondo: perché, infatti, non arricchire il Magnificat con un intervallo tirolese? O interrompere Nilla Pizzi e lasciare spazio ad un minuto di flamenco per poi tornare a sentirla cantare Papaveri e Papere? Ai posteri l’ardua sentenza.
C’è chi ha preferito puntare su altro, diverso dal canto: Tricarico e il Mago Forrest – forse perché le sue minimissime doti vocali avrebbero sfigurato perfino al confronto con i gorgheggi di un pipistrello. In fondo la sua è stata una scelta saggia visto che a sentir Paolo Meneguzzi con Tony Hadley (ex degli Spandau Ballet) sarebbe venuta voglia di cacciare dal palco Meneguzzi e continuare ad ascoltare un assolo di Hadley – o ad ascoltare Stefano di Battista che suona il sax per accompagnare Zampaglione si ha la stessa sensazione di quando si ascolta Chopin in automobile mentre la macchina dietro suona con insistenza il clacson.
Molti cantanti non si trovavano a loro agio con i partner: la neo-mamma Annalisa Minetti sembrava trasformarsi in Toto Cutugno per non farlo sfigurare (noi ci siamo immaginati la mutazione, e non è una bella immagine) mentre i Finley duettano con la cantante Belinda che sembra stata calata da un elicottero sul palco dell’Ariston: completamente spaesata, gli occhi catalizzati dal gigantesco gobbo per non sbagliare il testo della canzone, era senza dubbio la prima ad interrogarsi sul perché della sua presenza. Rispondiamo noi per lei: la casa discografica sta cercando in ogni modo di lanciarla all’estero.
Pochi gli esperimenti interessanti in questa serata dalla durata infinita: in primo luogo il duetto di Sergio Cammariere con la grande interprete di Bossa Nova Gal Costa, senza dubbio il momento più emozionante della serata; il duetto di Bennato con Pietra Montecorvino è stato a tratti davvero toccante ed è arrivato dritto al cuore, non tanto per l’esecuzione monocorde di lui quanto per l’energia dirompente e sanguigna di lei. Max Gazzè si è esibito con Paola Turci (voce e chitarra) e Marina Rei (voce e batteria), entrambe capaci di restituire alla canzone di Gazzè ciò che la sua voce stenta a trasmettere. Ritorno a sorpresa dei Neri Per Caso, che molti davano per dispersi nell’Oceano Pacifico, in duetto accappella con Mietta – altro momento musicalmente interessante. L’Aura sceglie vari musicisti che collaborano al progetto Rezophonic per Amref, e la sua già molto bella canzone – forse la migliore di quest’anno – ne esce ancora più arricchita. I Nomadi hanno eseguito egregiamente il brano di Grignani, che effettivamente sembra quasi scritto per loro, e Paola e Chiara si sono trovate a loro agio nella canzone di Zarrillo se non fossero state accessoriate di spalline giganti anni ’80 e trucco da Circo Orfei – dopotutto, Bertè docet. Variano invece di poco i pezzi di Venuti, Fabrizio Moro e Frankie Hi Nrg Mc, che duetta con il vincitore dell’anno scorso Simone Cristicchi.
Veniamo però ad Anna Tatangelo: la sua canzone è certo scontatissima per melodia e testo nonché Dalessiana in ogni nota e fa temere che l’ultima mutazione della povera Anna, che ci ha già abituato a repentine modifiche della sua persona, possa risultare in una fatale e irreversibile trasformazione dove lei perderà tutti i capelli, assumerà un ghigno malefico e si ritroverà nel corpo di Gigi D’Alessio. Tuttavia, la sua esibizione è stata la vera sorpresa della serata: il duetto con Michael Bolton, artista completo e con la voce ancora estremamente viva ed emozionante, ha mandato in visibilio il pubblico dell’Ariston e probabilmente mezza Italia. Perfino noi, dobbiamo confessarlo, abbiamo pensato che la canzone fosse tutto sommato una bella ballata nella versione inglese. Detto fatto: la Bertè è fuori gara e la superfavorita è tornata ad essere lei, la venti/quarantenne Anna. Sarebbe un bel traguardo prima che la mutazione totale si consumi inesorabilmente. Lo sapremo sabato: venerdì sera spazio ai giovani.






