“Utsukushiki tennen (Nuages d’hier)” di Tsubokawa Takushi

Dolce elegia nipponica

Concorso
Il film si articola su due piani temporali: al presente una madre ed una figlia accolgono in casa il padre della prima ed imparano ad apprezzarne la presenza; la dimensione temporale del passato si lega ai ricordi del vecchio, quando lavorava in un cinema come proiezionista. Un flashback racconta di quando al cinema arrivarono i rulli di un film muto attesissimo, “Utsukushiki tennen” (titolo di una popolare canzone giapponese degli anni ’30), interpretato dall’attrice preferita dal vecchio; nel film, alla fine, l’attrice muore e il vecchio, quando lo viene a sapere, ci rimane talmente male da non voler neanche vedere la fine del film.

Trama poverina, ma non è certo questo l’importante per quanto riguarda questo elegantissimo lavoro, portato avanti dal regista Takushi per ben dieci anni. Un’elegia, e basterebbe questa parola per terminare questa recensione, ma non renderebbe conto della bellezza e della profondità infusa in questa pellicola.

La prima considerazione riguarda l’uso dei colori: il presente filmato in uno splendido bianco e nero, che da una sensazione di vecchio, di stantio, di passato; i flashback filmati con degli splendidi colori virati in seppia, che sembrano abbellire tutto ciò che rientra nella cornice dell’inquadratura. Perchè tutto questo? Lo dice la stessa parola elegia, tipo di poesia romana che in un solo distico esprimeva nostalgia per i tempi che furono. Quella giapponese è una società elegiaca, la società elegiaca per eccelenza: è stata derubata della sua storia agli inizi dell’800, per chi non se lo ricordasse; è stata costretta a seguire forzosamente una strada che non le apparteneva, ha perso la sua identità nell’alienazione dello sfrenato capitalismo moderno. Il Giappone rimpiange questo passato, questa perdita di identità; i giapponesi non sanno più chi sono, e si chiedono ogni giorno chi dovrebbero essere, domanda orribile da porsi se ci pensate per un attimo.
E’ quindi abbastanza normale che nascano lavori, opere d’arte come questa, che raccontano la segreta bellezza del passato, la dolce importanza del ricordo e dello scorrere del tempo, ma allo stesso tempo narrano dello squallore morale del presente (anche se allo spettatore viene lasciato uno spiraglio di speranza). Tutto questo passa sottopelle, senza dialoghi, neanche suggerito, ma solo imbeccato dalle belle immagini e da una musica soffusa che ci accompagna per tutta la durata del film. Le uniche vere parole pronunciate nel film sono infatti quelle del benshi del cinema, ovvero di colui il quale, durante la proiezione racconta e recita il film muto, ovvero sostituisce le didascalie.

Un’altra bellissima intuizione di questo film è la continua commistione, unione, consequenzialità tra realtà presente, realtà passata ed illusione filmica; ad un certo punto il film sembra essere uno scorrere unico, i muri tra passato presente ed illusione crollano: i personaggi del passato tornano al presente, quelli del presente visitano il passato, e l’illusione filmica influenza pesantemente la realtà.

Si può assolutamente parlare di capolavoro assoluto, di opera d’arte, se per tale intendiamo un lavoro intelletuale che arricchisce, che può migliorare la realtà in cui viviamo; ebbene, questo film è tutto questo.

LE NUVOLE DI IERI
NUAGES D’HIER
Giappone, 2005, Digital Betacam, 95′, col.

regia, soggetto, sceneggiatura, montaggio, musica, produttore/director, story, screenplay, film editor, music, producer
Tsubokawa Takushi
fotografia/director of photography
Itagaki Yukihide
costumi/costume design
Hayafuji Maki
interpreti e personaggi/cast and characters
Takagi Hitoshi (nonno di Nami/Nami’s Grandfather)