Il vedovo Zuriko è un piccolo commerciante quarantacinquenne che cerca di sfangarla in un piccolo villaggio della Georgia appena uscita dall’Unione Sovietica. Le nocciole gliele comprano a prezzi da fame, i debiti gli ricordano le durezze di un’economia incastrata fra capitalismo, post-statalismo e baratto delinquenziale, e nel frattempo c’è anche la questione del matrimonio da sistemare: sarà prima lui a trovare una nuova metà o il figlio che si è innamorato di una sua giovane compagna di classe? Nel frattempo i banditi della zona continuano a mettere in atto il loro sgangherato piccolo Far West…
Siamo nel 1992, ossia un periodo che potremmo definire “non più, ma non ancora”: in un villaggio/cittadina periferico della Georgia che ha appena riconquistato l’indipendenza ma non sa ancora molto bene cosa farne si muove un gruppo disomogeneo di furfantelli da strapazzo, piccoli “businessmen” di stracci e verdure, insegnanti volonterosi non proprio in linea con le più recenti metodologie didattiche e studentelli un po’ in fregola che a diciotto anni più che al diploma pensano a rapire la bella della scuola. Purtroppo non abbiamo visto i film precedenti di Levan Koguashvili, ma alcuni colleghi affidabili ci hanno lodato la sua precedente filmografia (tre lungometraggi a partire dal 2010), facendoci notare che lo stile del cinquantenne georgiano era molto differente da quello utilizzato in questo sorprendente Guria.
Fra inevitabili citazioni di Ioseliani e varie nouvelle vague caucasiche, il miracolo che il regista di Tbilisi (ma ha poi studiato a Mosca) riesce ad imbastire è quello di indovinare una tonalità narrativa media, diremmo mestamente aurea, che amalgama in modo convincente sia spunti drammatici (e financo tragici, visto che metà degli abitanti vorrebbe ammazzare l’altra…) che suggerimenti che più che apertamente comici si muovono fra il grottesco di periferia e l’osservazione formaniana. Sì, oltre che ai maestri del cinema di casa, Koguashvili si rifà evidentemente ad opere cecoslovacche girate fra anni Sessanta e Ottanta: viene in mente la allegra disperazione smagata dei ragazzi di Forman, ma anche le compagini sbrindellate dei film di Menzel ispirati dalle opere letterarie di Bohumil Hrabal. È come se i protagonisti di Asso di Picche e Al fuoco, pompieri fossero catapultati nei microcosmi periferici della Festa dei bucaneve. Si trovano qui altrettanti personaggi apparentemente senza qualità, senz’arte ne parte, dei sopravviventi più che sopravvissuti che armeggiano con quei pochi talenti che il buon dio ha fornito loro (che sia un volto vezzoso che permetta loro di metter su famiglia o uno spirito banditesco che dia accesso alle nuove vie di accumulazione di sparute ricchezze).
Al di là della struttura un po’ episodica (soprattutto nel finale), questo Guria (è una delle regioni meno sviluppate della Georgia) restituisce una rete di rapporti, vettori antropologici, spiritualità più o meno nascoste che vengono intrecciate dal regista in maniera magistrale, tanto che con modalità quasi inavvertite e sotterranee siamo coinvolti, catapultati, avviluppati nelle vicende di questo mondo parallelo. All’inizio non si intuisce, infatti, cosa possano avere in comune un’esercitazione studentesca con le granate, le vicissitudini di un venditore di nocciole e le scorrerie di una banda di malviventi locali, ma come accadeva in quei piccoli capolavori letterari di Fazil’ Iskander o Chingiz Ajtmatov (due fra i più grandi narratori sovietici “periferici”, di etnia non russa) che a suo tempo hanno illuminato gli angoli un po’ nascosti dell’URSS, anche qui il caos diventa produttivo, gli incroci di varia umanità sono interpretabili ad un tempo come scontri sanguinosi (si vedano le vendette inseguite con pervicacia, le violenze domestiche, le rapine sulle larghe strade polverose, immerse nel nulla) ma anche come intersezioni fatali produttrici di nuove alleanze e nuclei di sopravvivenza.
Alcuni episodi sono al limite della stravaganza, smagate fusioni di erotismo caucasico (di nuovo viene in mente il meraviglioso abcaso Iskander) e violenta tensione sotterranea, altri sono potenzialmente esilaranti, ma è come se Koguashvili tenesse volontariamente a freno i cavalli della comicità più sguaiata, per non permettere mai nulla di più che un incerto sorriso a labbra strette: “Potrei farvi ridere a crepapelle, ma io non sono Kusturica”, sembra voler dire il regista georgiano, o almeno questa è l’impressione che ne ricaviamo seguendo le circonvoluzioni con le quali due cinquantenni in mutande si fanno largo fra le cosce e i capelli di due giovani bellezze ucraine in vacanza sul mare georgiano, o le infinite disquisizioni condotte a proposito del numero esatto di schiaffi in faccia che si devono assestare per soddisfare la sacra sete di vendetta nei confronti di chi ti ha rapito la moglie.
Una delle più belle sorprese di Venezia 2026, speriamo in una bella distribuzione nelle sale italiane.











