Dopo il debutto con l’horror The Witch, Robert Eggers torna al Festival di Toronto con un dramma-thriller psicologico.

Girato in 35mm con un bianco nero (straordinaria la fotografia di Jarin Blaschke), The Lighthouse (Il Faro) é ambientato sul finire del XIX secolo nel New England e racconta la storia del giovane Ephraim Winslow (Robert Pattinson) che per quattro settimane dovrà fare il guardiano di un faro sotto la guida dell’anziano Thomas Wake (Willem Dafoe).

Oltre al direttore della fotografia sono altri due a farla da padrone in questo film: Damian Volpe, con l’uso espressivo del suono, e la partitura musicale di Marketing Korven capaci di tramutare i suoni dell’atmosfera, a seconda delle circostanze, in musica o in cupe grida.

Il flm inizia con una nave che solca il mare, ha un ritmo che arriva lento, produce poi una colonna sonora che sovrasta la corrente del mare. Quella nave porta sull’isola Ephraim e Thomas. Taciturno l’uno, grezzo l’altro. Il veterano, misteriosamente zoppo, mette subito in chiaro quali siano i turni e le mansioni del giovane, cui proibisce di accedere in cima al faro, dove c’è la luce.

Due uomini da soli, su un insolotto di rocce e vento, senza via di fuga. I dialoghi sono diretti, feroci e volgari, soprattutto quelli di Thomas, che declama versi e beve vino. Ephraim, che altri non é che un vagabondo che ha fatto di tutto, qualsiasi lavoro e vorrebbe mettere solo da parte denaro per sistemarsi, inizia ad essere tormentato da incubi, sirene, gabbiani, acqua alla gola. Nulla di piacevole.

Comunque i sogni diventano presto allucinazioni. Fino alla prima metà, la sceneggiatura, scritta dal regista con Max Eggers, mantiene viva l’attenzione dello spettatore, anche grazie ai due attori principali che incarnano due marinai da Letteratura dell’800.

Poi il film esagera. Il thriller da psicologico diventa raccapricciante con un finale eccentrico che stona e stride con premesse che tutto sommato lasciavano presagire un lavoro omaggio a Shakespeare e Melville. Ma Eggers vuole mettere troppo del suo stile. Il richiamo a a forma di soprannaturale é davvero troppo. Riesce addirittura a rovinare l’interpretazione eccellente da lupi di mare dei due attori. Bravissimi a dare il volto e la personalità a un rapporto tra due uomini dalle mille sfumature. Vecchio e giovane, maestro e allievo, padre e figlio, compare e compare, nemico e nemico, due uomini ognuno con un ambiguo segreto.

Visivamente selvaggio e sublime. Peccato per lo sviluppo così troppo scritto e calcolato.