Il volto oscuro degli Stati Uniti è sempre meno nascosto. A far luce (cinematografica) su un altro tassello delle drammatiche quanto refrattarie tendenze razziste, antisemite e suprematiste bianche della terra delle opportunità arriva The Order, un thriller lucido e solido che racconta la storia di Robert Mathews (Nicolas Hoult) e del gruppo neonazista da lui fondato agli inizi degli anni ’80.

Per delineare questa vicenda, tragicamente simile a molte altre, muovendosi con cautela tra i meandri sordidi e violenti dell’ultradestra americana, tra Aryan Nations e Nation Alliance, tra Ku Klux Klan e white power, il regista australiano Justin Kurzel si concentra sulla caccia all’uomo scatenata tra il 1983 e l’84 da un agente dell’FBI (Jude Law) per catturare il leader carismatico – rapinatore, falsario e terrorista – di The Order.

Nicholas Hoult e Jude Law ©rominagreggio

Tra le montagne dell’Idaho, dove la natura rigogliosa contrasta con l’aridità intellettuale di alcuni gruppi suprematisti, Mathews recluta nuovi seguaci con la promessa di passare finalmente ai fatti dopo lunghi anni trascorsi ad ascoltare l’indottrinamento verbale di Richard Girnt Butler, fondatore della Nazione Ariana proprio tra quegli stessi boschi verdeggianti. L’azione è studiata e pianificata a partire dal manuale “rivoluzionario” della destra estrema The Turner Diaries – bibbia dei terroristi interni americani da qui all’attentato di Oklahoma City e probabilmente ancora nelle mani di molti aspiranti tali ancora oggi – dove si teorizzano sei fasi per rovesciare il paese in funzione bianco-cristiana. Per costituire una milizia, il gruppo si autofinanzia attraverso rapine sempre più audaci che in pochi mesi mettono a ferro e fuoco il Nord Ovest degli Stati Uniti. L’escalation di violenza dev’essere fermata.

Nicholas Hoult, Jude Law,, Jurnee Smollett, Tye Sheridan ©rominagreggio

The Order rivela uno spiraglio doloroso sull’attualità (le immagini dell’assalto a Capitol Hill sono ancora fresche nei nostri occhi) senza forzare parallelismi, ma raccontando una vicenda che contiene già in sé l’eco di una ciclicità purtroppo mai sopita. Lo fa all’interno di un genere ben codificato, tra poliziotti “in missione”, criminali travestiti da ideologi, ego da nutrire con ogni mezzo e una giustizia difficile da raggiungere e mai priva di effetti collaterali.

Kurzel maneggia con disinvoltura e sobrietà una storia dai confini ben definiti, concentrandosi più sui fatti che sulle ragioni storiche che hanno portato alla creazione di queste cellule neonaziste, non lesinando sulle scene d’azione, da manuale nella loro costruzione ritmica. Una scelta, quella di privilegiare una narrazione lineare, con dialoghi scarni e funzionali, che evita potenziali scivoloni retorici senza pregiudicare l’avvertimento che inevitabilmente aleggia su tutto il film: l’odio è sempre tra di noi in attesa di esplodere ancora.