lunedì, Agosto 3, 2026
Home Cinema “PUSEA: LA PRIMA LUCE DELLA CARNIA” DI ALESSANDRO GALLIERA

“PUSEA: LA PRIMA LUCE DELLA CARNIA” DI ALESSANDRO GALLIERA

Alessandro Galliera (Udine, 1991), con il suo documentario, conduce gli spettatori dell’Edera Film Festival 2025 nel borgo quasi dimenticato che dà il titolo alla pellicola “Pusea: la prima luce della Carnia”.

Delle riprese aeree sorvolano il crocchio di tetti rossi che è Pusea, immersi in una vallata amena, percorsa dalle timide strade che lo collegano al comune diffuso di Verzegnis, uno degli insediamenti più antichi della Carnia. Alle immagini si intercalano le videointerviste agli anziani detentori della memoria storica di Pusea, accomunati dal cognome Deotto, che li individua come discendenti della famiglia che dopo il 1796 si è trasferita nel paesino, avviando gli eventi che hanno condotto Giovanni Deotto a costruire la prima centralina idroelettrica a Pusea, accendendo “la prima luce della Carnia a memoria d’uomo” nel 1903.

Galliera abbina panorami mozzafiato a primi piani su mani artigiane intente ai mestieri antichi, incaricando della narrazione i superstiti della storia, che con il moto ondulatorio del dialetto friulano disegnano la parabola del paesino carnico. Attraverso la concretezza di pensiero propria di chi abita un territorio che non fa sconti, è possibile comprendere una realtà in cui se c’erano l’acqua e il legname si possedeva tutto ciò che poteva servire, ma si ricava anche la chiave interpretativa per la nostalgia di un passato che non ritornerà più. Sì, perché Pusea non è altro che un volto consumato dal tempo, come quegli anziani per i quali è impossibile immaginare ci sia stata una giovinezza, e i cui testimoni sono una dinamo abbandonata e un crocchio di tetti rossi.

Oltre l’intento documentaristico di raccolta di memorie su un paese perduto, “Pusea: la prima luce della Carnia” soffia via la polvere sul significato di legame con un territorio, che dipendeva da ciò che la terra offriva, dalla fatica che richiedeva a chi lo abitava e dai ricordi che da questo scaturivano.

Cosa si perde allora quando un paese si spopola, quando un luogo svanisce?

La risposta sta in una storia, raccontata con l’accento antico di una lingua pregna di identità, trasmessa dai figli di coloro che settant’anni fa, quando hanno riempito la vallata di Verzegnis con le acque di un lago artificiale, si sono commossi per le due officine coperte dalle sue acque, prezzo di un progresso che ci vede tanto attori quanto vittime.