Nella terza giornata dell’Edera Film Festival 2025 non possiamo rimanere indifferenti di fronte a “Mangia!”, lungometraggio d’esordio di Anna Piscopo (anche co-sceneggiatrice), adattamento al grande schermo dell’omonima opera teatrale, pellicola intima e personale, pesantemente dadaista, grottesca, non convenzionale e sovvertitrice dei canoni estetici.
Tribolato, incerto, a tratti molto drammatico ma anche autenticamente divertente: queste le caratteristiche del processo di produzione, che sono inevitabilmente rimaste impresse nel film stesso. Il budget si è visto ridursi drasticamente rispetto alla cifra iniziale prevista, costringendo a compiere i salti mortali, sullo sfondo di una Catania che fortunatamente ha saputo accogliere il fragile progetto. L’ensemble cast non manca di persone afflitte da autentici disagi sociali, essendo stato prevalentemente raccattato dalla strada, a volte anche letteralmente (hanno partecipato al film perfino alcuni homeless).
Anna Piscopo stessa interpreta Maria, ragazza sfrontatamente dandy, che prova a sfondare come artista, troppo spesso in stato di ebrezza, nel canto o nella stand up, ma finisce con l’apparire cringe. Il fallimento la perseguita, il confronto estetico la deprime, la madre non la comprende. Continuamente si ritrova a sgranocchiare bombe caloriche bisunte e peccaminose che esplodono lasciando colare ripieni succulenti, di fronte all’occhio giudicante di stupidi salutisti o della madre, alla quale lei risponde con sprezzo coatto: “Devi parlare di meno e cucinare di più”. Maria cerca (magra) consolazione nella ricorrente frequentazione di un bar molto particolare, un ritrovo di reietti, quasi dei freaks, i personaggi più improbabili ed emarginati della città, che a volte si consolano a vicenda, altre se ne escono con bislacchi aforismi o citazioni inconcludenti.
Maria è disgustata dal conformismo, e di sicuro non ha mai curato il suo curriculum, ma il frigo è vuoto poiché “c’è la crisi”, e quando finalmente trova lavoro dopo ripetuti rifiuti, forse rimpiange di esserci riuscita. Alla fine decide di partecipare a “The Bomber”, il talent più “croccante e ruspante”delle due Sicilie, esibendosi con l’unica singola ironica frase: “Io non so fare niente nella vita, ma nonostante ciò ho anche dei difetti.”. Fanno seguito un epilogo dal carattere positivo e riconciliante, e una chiusura evocativa sulle note di “Come le stelle”, di Fabio Abate.
La bulimia, tema centrale, è la perfetta metafora di un’umanità ammorbata che ha perduto se stessa, e perciò tende a sviluppare fenomeni di psicosi di massa di cui è fin troppo facile smascherare le contraddizioni interne, come l’ecologia radicale, l’idea del lavoro sinonimo di identità e dignità, i demenziali comportamenti di chi ha bisogno di follower. Tutto ciò si può mettere a fattor comune, poiché deriva in ultima analisi dallo sfilacciamento del tessuto sociale, dalla solitudine emotiva che aliena. I personaggi del film sono sventurati testimoni viventi del disagio, si ritrovano a sfiorarsi senza mai incontrarsi, simboleggiando il dramma dell’incomunicabilità, in un’epoca in cui è incredibilmente facile raggiungersi grazie all’uso dei device ma non altrettanto semplice trovare effettivamente qualcosa da dirsi.
L’aspetto tecnico del film è volutamente entropico. La non-trama procede sconclusionata attraverso un montaggio frammentato e sovrapposto, accompagnato dalle musiche di Tony Esposito. La comicità prende la (consapevole) forma di cabaret scontato e trito, nonché di quella risata grassa tipica del cinepanettone, quispesso condita con abbondante nonsense, che aiuta a mitigare l’insopportabile perbenismo dilagante. Un menù, questo, che potrebbe non andare giù agli spettatori che richiedono di aderire ad alcuni paradigmi e precetti minimi caratterizzanti il buon cinema, ma che può essere affrontato tranquillamente da chi ama sperimentare e sa scorgere il bello fra le pieghe del pregiudizio.











