Il Dio della carneficina di Yasmina Reza

Dal 15 dicembre è in scena al Teatro Eliseo la commedia Il Dio della carneficina di Yasmina Reza diretta da Roberto Andò ed interpretata da Anna Bonaiuto, Alessio Boni, Michela Cescon e Silvio Orlando.

TEATRO ELISEO, 15 dicembre 2009 / 10 gennaio 2010

ANNA BONAIUTO, ALESSIO BONI, MICHELA CESCON, SILVIO ORLANDO

Il Dio della carneficina di Yasmina Reza

scene, costumi e luci Gianni Carluccio – regia Roberto Andò

Nuovo Teatro / Gli Ipocriti
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Véronique e Michel Houillé, genitori del piccolo Bruno, ricevono in casa Annette e Alain Reille, genitori di Ferdinand, che ha colpito al viso il loro figlio in una lite di strada. Le due coppie hanno deciso di incontrarsi per regolare la disputa nel segno della civiltà e del buon senso. All’inizio, dunque, ben disposti e concilianti, tentano di approcciarsi con buoni propositi di tolleranza e comprensione reciproca che, però, poco a poco svaniranno del tutto. È questo il plot dell’ultima commedia di Yasmina Reza, Il Dio della carneficina, reduce dai grandi successi ottenuti a Parigi nella messinscena da lei stessa curata con l’interpretazione di Isabelle Huppert nel ruolo di Véronique, e a Londra, nella traduzione di Christopher Hampton per l’interpretazione di Ralph Finnes, nel ruolo di Alain. Una commedia che conferma la straordinaria fortuna della Reza con le platee di tutto il mondo, dopo il grande exploit internazionale di Art, e anche l’interesse per la sua opera di registi e interpreti come Luc Bondy, John Turturro, Roman Polansky.
Anche in Italia la produzione che cura Il Dio della carneficina, ha messo insieme un cast e una regia d’eccezione, per esplorare nel segno di un sulfureo divertimento l’universo tragicomico delle due coppie.
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NOTE DI REGIA
Nel Dio della carneficina di Yasmina Reza c’è una specie di furibondo humour sarcastico, ma anche l’abilità cesellatrice di un dialogo in bilico tra commedia e tragedia, ricreato ascoltando il potere micidiale e terribile della parola media, la musicalità e la fraseologia, camaleonticamente irresistibile, della medietà, delle sue vaste e sublimi galassie. Un piccolo trattato morale di teoria della cultura, che sembra voler rispondere – con l’ambiguità tipica del teatro – alla seguente domanda: Le buone intenzioni ci salveranno? La Reza non sembra avere dubbi, e la sua pièce consegna allo spettatore una risposta, a suo modo, perentoria: No! L’inequivoco scetticismo di questa risposta è però messo a servizio di una macchina implacabile, virtouosisticamente variata sul ciglio di un baratro epocale, tra solidarietà ed egoismi. È un testo da mettere in scena cercando di non lasciarsi eccessivamente contagiare dal sulfureo cinismo che lo abita, lasciandosi guidare dal preciso e geometrico rincorrersi dei colpi di scena, dall’abilità con cui nel dialogo si aprono nuove, inaspettate, prospettive, che sfumano e svariano, nei quattro personaggi che ne reggono l’ordito, a turno, l’odio, il risentimento, l’invidia, il vuoto, il nulla. La Reza non crede alle magnifiche sorti e progressive dell’uomo contemporaneo, bene informato, diligente servitore di generiche cause morali, coattivamente alla ricerca, per sé, d’improbabili attestati di civiltà e buone maniere. Riesce così, di quest’umanità, a scovare il sottofondo barbarico, nichilista, meschinamente incapace di condividere un pur minimo progetto comune. Lo fa dandosi il perimetro modesto di un intelligente divertissment, di un intrattenimento contagiosamente divertente, che nella risata sommerge anche lo spettatore, riflesso nello specchio deforme di una condizione in cui molti potranno riconoscersi.
Non ho mai affrontato prima d’ora un testo di questo genere, probabilmente per un sospetto. Diffidavo dell’eccessiva definizione di cui sono relatori i personaggi, dell’eccessiva programmaticità che, in genere, abita questo tipo di drammaturgia dedicata all’oggi. Il teatro mi sembra, infatti, da sempre, inestricabilmente legato alla possibilità vertiginosa di far vacillare le nostre certezze, conducendoci in luoghi ignoti, attraverso una lingua di cui non afferriamo mai del tutto il senso. Assistendo, a Parigi, ad una recita dell’allestimento di questa pièce curato dalla stessa Reza, con un formidabile quartetto di attori tra cui una straordinaria Isabelle Huppert, ho capito che questo testo contiene una sfida, compresa tra l’apparente evidenza di ciò che mostra, e l’efferatezza misteriosa che nasconde. E’ una sfida che non potrei neanche tentare di raccogliere, se non ci fosse la complicità di interpreti in grado di lottare con il testo, schiudendone la ferocia e quel sottofondo ineffabile che ne costituisce la speciale energia nascosta, l’ humus oscuro e spaesante.
Ho deciso di mettere in scena Il Dio della Carneficina per accettare questa sfida, condividendola con quattro attori – Anna Bonaiuto, Alessio Boni, Michela Cescon, Silvio Orlando – che, con la loro personalità eccezionale, mi offrono, ancor prima d’iniziare, il salvacondotto necessario perchè questo viaggio sia possibile, e la confortante certezza che, comunque, ne sarà valsa la pena.
Roberto Andò

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