lunedì, Agosto 31, 2026
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SANREMO 2008 – Seconda Serata

E la musica bussò...a vuoto

Gli anni passano e Sanremo si cristallizza come un trilobite del mesozoico. Mentre cambia tutto, forse perfino la politica, fino a pochi mesi fa ultimo baluardo di immutevolezza di un paese che ama cementificarsi nelle sue tradizioni, il festival della canzone italiana ci conferma ancora una volta che il mondo si muove ma lui no, segue con lentezza infinita il 2008 guardandolo da lontano quasi si trattasse di un incerto futuro. Il secondo millennio è ancora fra noi.

Non è giusto essere troppo duri, qualche rinnovamento c’è stato: ma proporre, uno di seguito all’altro sullo stesso palco Loredana Berté, Little Tony e i Duran Duran può far tremare anche l’horrormaniaco più disincantato, e perfino gli ultraottantenni ormai si sono lasciati alle spalle certi personaggi. Niente contro i cantanti in sé: ma se almeno proponessero qualcosa magari non nuovo, ma almeno lontanamente avvicinabile all’evo moderno, il nostro giudizio sarebbe meno impietoso. Il grande problema del festival, da ormai molti anni, è un po’ questo: canzoni davvero nuove, fresche, emergenti,ce ne sono, per carità, però ben poche: il resto sembra un’indistinta ed ovattata eco dal passato.

La conduzione è passabile, ma anche lì non molto si muove: Bianca Guaccero è brava e ce lo dimostra in due numeri in cui, va ammesso, si vede come abbia più voce lei della maggiorparte degli artisti che si sono alternati sul palco, anche tutti sommati assieme. Andrea Osvart, che ha condotto la prima serata, non era altrettanto virtuosa ma con quel corpo, quel viso magnetico e quella spontaneità le si può perdonare tutto. Più che altro c’è da chiedersi come mai nel 2008 Sanremo ricorra ad una comicità da oratorio, con gag a sfondo sessuale che perfino il Papa riterrebbe innocue ed infantili (un solo esempio, giochino di parole tra il nome “Duran Duran” e le virtù di Pippo Baudo).

Ma veniamo alla musica, certo superiore al desolante panorama della prima serata: tra i brani migliori si distingue sicuramente Mario Venuti (A ferro e fuoco) con un pezzo fresco, brioso ed eseguito con grande sicurezza e consueto understatement; Gianluca Grignani (Cammina nel sole), certo la classica canzone à la Grignani ma che restituisce un po’ di energia alla serata. Altro brano che non va sottovalutato è quello di Loredana Bertè, Musica e parole: ritornello accattivante, esecuzione come al solito ampiamente sopra le righe ma che arriva al pubblico con la forza di un sferzata sui denti. L’Ariston si scatena in un applauso fragoroso, la canzone è già arrivata alle orecchie: potremmo azzardare che è la vera favorita per la vittoria. Resta da chiedersi perché la Berté debba terrorizzare mezza Italia (più gli italiani all’estero, come tiene spesso a ricordare il Baudo nazionale) con le sue mises da orco cattivo: cappuccio realizzato con cuscino dell’hotel durante il pomeriggio (a sua detta), mantelli, occhiali, drappeggi da strega di Biancaneve. Loredana si aggira sul palco mentre i conduttori la controllano a vista come fosse un muflone incustodito, sempre all’erta, poi la placcano fisicamente abbracciandola in due, lei nel muoversi incautamente dà un pugno a Chiambretti. Tutto questo è necessario?

Il resto dei big è da dimenticare: si salva Amedeo Minghi, ma la sua canzone si ascolta con la sconsolatezza di chi sa che dalla domenica mattina nessuno si ricorderà più come si intitolava, come faceva e chi la cantava. Lola Ponce e Giò di Tonno si presentano con una canzone scritta da Gianna Nannini (Colpo di Fulmine premio originalità al titolo) con la quale dimostrano di avere due gran vocioni ma la canzone non gli rende onore: classico duetto sanremese che piace a tutti sul momento ma nessuno vorrebbe ascoltare al di fuori della magica settimana di fine inverno in cui ogni melodia più retro è concessa; testo a dir poco scontato (perdutamente tuo, mia, suo e via declinando i pronomi).

Di sanremesità è affetta anche Mietta, che propone un brano dal titolo perentorio (Baciami adesso) in abito prémaman dalle ampie forme. I Finley si sono adeguati allo stile festivaliero, ma senza dubbio la loro canzone venderà, anche grazie ad una martellante promozione: una tranquilla ballata eseguita a voce piena ma poco pulita. Trascurabili i Tiromancino, col solito piglio tormentato con una canzone sull’uomo che prepone a tutto il lavoro: li ringraziamo per averci ancora una volta ricordato di essere interessati al sociale, ma la voce di Federico Zampglione è davvero troppo lamentosa dal vivo per essere ascoltata più di un paio di minuti. Sergio Cammariere propone come al solito un bel brano, ma ancora una volta conferma che le sue doti vocali non sono all’altezza: per fare jazz serve prima di tutto un buon strumento per cantare, mentre la sua voce arranca, è troppo sfiatata e raramente prende una nota con sicurezza.

Che dire di Little Tony? Se si fosse virata la tivù in bianco e nero con una semplice funzione del telecomando, chi avrebbe pensato di non trovarsi negli anni ’60? Con volto lucido, capello e look fossilizzato agli anni d’oro, ci ricorda quasi minacciosamente che Non finisce qui e che ha ancora molto da dire. Pippo Baudo si è commosso, ma la nostalgia non è un parametro sufficiente a valutare un cantante o una canzone.

Per quanto riguarda i giovani, è la categoria dove si sentono più novità e che si mantiene al passo con i tempi. Ancora una volta la giuria demoscopica si è dimostrata saggia nelle sue scelte. Passano il turno i Sonohra: voci perfettamente in armonia, piene, decise, tecnicamente ineccepibili che seguono una ballata orecchiabile e ben costruita, che conquisterà sicuramente le radio – unica nota negativa, il titolo L’amore che spodesta la coppia Ponce/ di Tonno dal primo premio originalità. Passa anche il gruppo La scelta che, seppur con un testo abbastanza banale, ricorre ad atmosfere e ritmi etnici e si contraddistingue per un arrangiamento notevole e d’impatto cantando del fenomeno dell’immigrazione e della multietnicità.

Va in finale anche Ariel, più per l’energica e decisa voce che per la canzone non molto originale, e Jacopo Troiani, diciassettenne catapultato all’orlo dei settant’anni grazie ad un look da boyscout in libera uscita ed una canzone che più superata non si può: comunque alla giuria è piaciuta la sua Ho bisogno di sentirmi dire ti voglio bene, raro caso in cui il titolo tende ad eccedere il testo della canzone in prolissità. Non ce l’hanno fatta invece Rosario Morisco, membro dell’esercito che ha scritto la sua Signorsì a Kabul e che canta con la chitarra l’utilità della sua missione di pace (si consolerà proponendo la canzone come spot dell’esercito), Valeria Vaglio che affronta il tema dell’amore lesbico (peccato perché il suo era uno dei brani più interessanti, anche se eseguito con qualche incertezza) e Francesco Rapetti, al secolo Mogol Jr: la giuria demoscopica, con un sano impeto giustizialista, ha mandato a casa i figli celebri (la prima serata non ha passato il turno Daniele Battaglia, figlio di un membro dei Pooh) evidenziando che il talento non è acqua e non si passa con il cognome, nonostante entrambi i cantanti si siano affannati ad assicurare che i genitori non c’entrano nulla con la loro carriera e che loro hanno vere potenzialità, per altro invisibili ai nostri occhi.

Pausa mercoledì sera per tornare il giovedì con i venti big che riproporranno i loro brani in versione riadattata, affiancati da ospiti speciali, solitamente la serata più interessante dal punto di vista musicale. Speriamo in qualche sorpresa e in qualche inutile siparietto in meno: perché la serata deve durare l’improponibile eternità di tre ore e mezza se i due terzi di esse sono occupate da futili scenette di collegamento fra una canzone e l’altra?