Cristovam (Antonio Pitanga), nero nativo brasialiano, decenni prima ha fatto le valigie e si è trasferito in una regione del sud, a prevalenza austriaca, per lavorare in un caseificio. Dopo molti anni di lavoro fatica a riconoscere il mondo intorno a sé.

Con l’avanzare dell’età deve accettare, o perde i benefici, uno stipendio ridotto, dopo un colloquio beffa con il suo datore di lavoro (che parla in tedesco e viene tradotto in portoghese da una sintetica segretaria), insulti razzisti, e ragazzini vigliacchi che brandiscono fucili, torturando il suo cane.

Amareggiato, Cristovam, girovagando, si imbatte in un casolare abbandonato, ma pieno di gingilli impolverati che rappresentano il suo passato. E mentre Cristovam si ricollega alle sue radici indigene, la casa della memoria accende in lui un potente risveglio.

In concorso al 38° Torino Film Festival sbarca Memory House, surreale ed enigmatica opera prima.

Il 38nne João Paulo Miranda Maria fa un uso (im)proprio del folclore e della mitologia brasialiana per esplorare da una parte il tumultuoso presente politico-sociale della Nazione e dall’altra l’impatto del razzismo e dell’odio che il protagonista deve subire dopo una vita di lavoro e onestà.

Temi caldi, attuali, importanti, ma la scelta narrativa, con le sue inquadrature forzate, complesse e insolite, intrapresa a spese della verosimiglianza si traduce in un astruso e confuso discorso sui temi sociali, come l’isolamento e la xenofobia.
Tutto va a scapito dell’empatia che di certo questo storia vuole infondere.