venerdì, Luglio 17, 2026
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Karlovy Vary 60. Sessant’anni e sentirli bene

Quest’anno il festival centro-europeo di riferimento per sondare i rapporti fra varie aeree della produzione cinematografica mondiale festeggia il sessantesimo compleanno, e potremo approfittarne per sondare il grado di maturazione di quella che dopo la Rivoluzione di Velluto è diventata la sua vocazione (e missione) post-sovietica di totale recupero e reinserimento nel mondo culturale europeo, che ha portato il festival ad essere anche rampa di lancio per nuovi talenti, oltre che palcoscenico privilegiato per lo star system hollywoodiano nell’Europa centrale.

In realtà gli anni sarebbero ottanta, se consideriamo che la prima edizione si svolse già nel 1946 (il che ne fa uno dei festival più antichi del mondo, secondo solo a Venezia), in un periodo che vedeva ancora la Cecoslovacchia come paese libero, cioè dopo la cacciata dei nazisti, ma prima del colpo di stato filocomunista del 1948. Da allora il festival si è dovuto adeguare ai diktat moscoviti, alternandosi obbligatoriamente per decenni a quello che aveva luogo nella capitale sovietica, e (soprattutto dopo l’invasione dei “fratelli” russi del 1968) limitandosi spesso ad essere vetrina di cinematografie cosiddette “socialiste” e spazio di almeno parziale propaganda culturale. Ciò non ha evitato comunque che di qui passassero anche grossi nomi, compresi alcuni italiani, ma ovviamente la manifestazione di questi giorni, pur omaggiando la propria altalenante storia, non può che proiettarsi in un mondo aperto, solidale, democratico ed anti-totalitario. Questo è lo spirito di questo festival “giovane dentro” (dimostrato anche dal convinto supporto all’Ucraina negli ultimi quattro anni), che per i vari motivi di cui sopra (oltre all’obbligatorio turno saltato per Covid) celebra nel 2026 “solo” il sessantesimo anno di maturità e complessità, con mostre fotografiche, con una raccolta online di video storici e con un programma dedicato (“Ritorno alle origini”) ad alcuni dei film che lo hanno segnato nei decenni (fra gli altri Kes di Loach, Non c’è pace tra gli ulivi di De Santis, A Matter of Life and Death di Powell e Pressburger, il meraviglioso Uccelli, orfani e folli di Juraj Jakubisko, ma anche Trainspotting di Boyle).

Quest’anno intanto gli ospiti di richiamo dall’altra parte dell’Atlantico saranno particolarmente numerosi, come al solito insigniti dei locali premi alla carriera, anche a dimostrazione di uno sforzo economico e di posizionamento logistico-promozionale di tutto rispetto per questo meritevole giubileo: Dustin Hoffmann, Harvey Keitel (già ospite in passato di questo angolo di mondo, come testimonia uno dei famosi cortometraggi di omaggio ai premiati, tipici della manifestazione), Maggie Gyllenhaal, Jesse Eisenberg, Kevin Bacon, ma anche il grande direttore della fotografia di Scorsese e Tarantino Robert Richardson (al quale una giovane regista ceca ha dedicato un film, che passerà in sala questi giorni), senza dimenticare Juliette Binoche, a rappresentare il grande cinema d’autore europeo.

Ma parliamo anche dei film nuovi, in particolare della dozzina che è stata scelta per il concorso principale. Quest’anno sono presenti solo prime mondiali, cosa non sempre scontata a queste latitudini (forse un’attenzione particolare data l’occasione), mentre la presenza ceco(-slovacca) è più limitata che negli anni precedenti (purtroppo nessun film italiano in questa sezione principale). Fra quelli che ci attraggono di più c’è la nuova fatica della coppia di autori bulgari Kristina Grozeva e Petar Valchanov (nel 2019 qui hanno vinto con il loro The Father), Black Money for White Nights, che riflette in modo originale sull’invasione russa dell’Ucraina, mentre Hijamat dell’iraniano Nader Saeivar promette di essere un titolo delicato e affascinante per diversi motivi, visto che tratta del tema dell’omosessualità in una comunità islamica, con tanto di collaborazione di Jafar Panahi al montaggio e alla produzione. Fra gli altri contendenti extra-europei si dovrà fare attenzione al film libanese Pipes di Karim Kassem, che indaga le difficoltà di una comunità che rimane senz’acqua, mentre la partecipazione ceco-slovacca (abitualmente legata in progetti di coproduzione) è assicurata da Ivan Ostrochovský, che con Only Beautiful Things to Look At usa il talento attoriale della stella di casa Ana Geislerova in un dramma legato alle problematiche storiche della comunità rom, e da Šimon Holý, che con il suo Chica Checa dopo alcuni progetti low budget affronta in modo scanzonato la questione del coming-out, ambientata in una arretrata e tradizionalista campagna boema.

A rappresentare le generazioni più anziane c’è la veterana Valeria Sarmiento (vedova di Raul Ruiz, nata nel 1948) con Behind the Rain, la cui protagonista affronta i dolorosi ricordi di una violenza subita in passato, così come all’analisi di un dolore mai sopito è dedicata l’opera terza del serbo Miroslav Terzić​​, 3 Weeks After. A completare la griglia di partenza ci sono anche un film cipriota, uno colombiano e uno dal Myanmar, oltre al primo film svizzero in assoluto ad essere incluso nella competizione principale, A Happy Family di Jan-Eric Mack, che raffigura con coraggio e piglio critico le forti disuguaglianze economiche e vitali presenti anche nella dorata terra di Guglielmo Tell, e ancora un rappresentante del sorprendente cinema nordico, The Guest del danese Mads Mengel (con Trine Dyrholm fra i protagonisti). 

Molti altri i percorsi intriganti offerti da KVIFF 60, a partire dalla seconda sezione competitiva, Proxima, dove è presente una proposta italiana, quella del documentarista Giovanni C. Lorusso, Homo Sive Natura, ma ne riparleremo fra qualche giorno, soprattutto nel caso che da questi itinerari alternativi escano sguardi particolarmente interessanti. Fra una settimana, dunque, a premi consegnati, vedremo come si sarà comportato questo giovane festival sessantenne, ricordando che se Karlovy Vary è un punto fermo sulla mappa festivaliera europea lo si deve anche a due persone che negli anni Duemila lo ricrearono e gli diedero nuova vita, ma che non sono più con noi, Eva Zaoralova e Jiri Bartoska, senza dimenticare (come ben evidenziato dalle attività parallele di festeggiamento) il supporto costante che vi diede il presidente drammaturgo (ed ex-prigioniero politico) Vaclav Havel.