L’anziana Valentina è morta da poco, lasciandosi alle spalle una famiglia con troppi conti in sospeso: il figlio Pavel ha problemi di lavoro e gestisce con difficoltà la moglie incinta, ma non va molto d’accordo neanche con il burbero padre Vasil, ex-dissidente contro il regime bulgaro, che ora vive di ricordi e nella convinzione di essere un artista importante. Le cose si complicano quando la defunta sembra comunicare con il proprio cellulare dall’aldilà.

Il vincitore del Globo di Cristallo alla 54esima edizione del Festival di Karlovy Vary non ci ha convinto molto, e di seguito spieghiamo le ragioni. Si comincia con un funerale e si finisce con l’annuncio di una nuova nascita, in questo terzo lungometraggio della coppa creativa bulgara Grozeva-Valchanov, in un tour de force di corse, inseguimenti e capitomboli emotivi che per il loro stesso principio di mera accumulazione a un certo punto finiscono con lo stancare. Dopo The Lesson – Scuola di Vita e Gloria – Non c’è tempo per gli onesti, i rappresentanti del “cinema da festival” del paese balcanico si affidano qui a una sceneggiatura con abbondanza di incastri e rimandi interni per cercare di soffiare vita in una vicenda che dalle prime scene però lotta con la propria stessa artificialità e diventa sinceramente irritante per la sua stessa poca verosimiglianza.

Dopo la morte della madre e moglie, i due uomini di casa sono lasciati soli con i propri rapporti irrisolti, fra loro stessi e con la vita: se l’anziano Vasil continua a vivere fuori tempo massimo in una sorta di limbo post-totalitario, suo figlio Pavel sembra a sua volta precocemente invecchiato, insicuro sul lavoro e soggetto ai capricci di una moglie incinta alla quale (non si capisce bene perché) si ostina per tutto il film a nascondere la morte della madre. Questa pervicacia degli autori nell’allontanarsi in forza di una sceneggiatura “a orologeria” dalle soluzioni più logiche è forse la zavorra maggiore che pesa su quello che più che un film realistico è un congegno di incidenti e una corsa ad ostacoli che si autoalimenta delle proprie stravaganze narrative.

È un film che, ugualmente, si basa su contrari abbastanza semplici: da un lato la praticità post-ideologica del figlio che lavora in una ditta pubblicitaria e deve pensare pragmaticamente ai capricci dei clienti; dall’altro l’idealismo un po’ autistico del padre che si auto-definisce ex-vittima del regime e ha forse ereditato da anni di totalitarismo un certo distacco disfunzionale dalla realtà. Nel tentativo ostinato di conoscere il contenuto dell’ultimo messaggio della moglie morente, da lei trasmesso attraverso una serie di telefonate non riuscite, il vecchio Vasil ricorre a tutto ciò che di illogico possa venire in mente: le superstizioni delle vecchie comari di quartiere, le fole di un ciarlatano che (seppur in ellissi visiva) ricorda forse la “santona” di Ladri di biciclette, persino l’inganno spudorato e il furto perpetrati per sfuggire al “principio di ragione” rappresentato dal figlio, sobrio e calcolatore.

Dal punto di vista meramente tecnico, se proprio dobbiamo lodare per qualcosa il vincitore di quest’edizione di Karlovy Vary e cercare di comprendere le motivazioni della Giuria, va detto che questo The Father rappresenta sicuramente un prodotto ben confezionato e pronto per esportazione, distribuzione e candidatura all’Oscar, ma è proprio questa insistita ricerca dell’attenzione e dell’ansia un po’ forzosamente instillata nello spettatore, questo affastellamento di svolte narrative e sovrapposizioni tematiche troppo perfette che lo immerge in una certa aura di mortifera artificialità. Valchanov ha dichiarato che l’intenzione autoriale era quella di girare una “tragicommedia post-comunista sulla mancanza di comunicazione”. Ebbene, a noi sembra che sia andato un po’ troppo lontano con questo gioco di lapsus ed ellissi comunicative che mancano della naturalezza tragica (tanto per fare un confronto contrastivo) del nuovo cinema romeno, e rimangono quelle che sono, invenzioni di scrittura finalizzate a tenere in piedi un fin troppo simbolico enigma informativo svelato nel finale, al quale però si giunge spossati da un tourbillon di forzature e di coitus interruptus con il patto di credibilità che spingono inesorabilmente il film nel mondo dell’irrealtà.