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	<title>Locarno 71 Archivi - NonSoloCinema</title>
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	<description>Informazione cinematografica e culturale</description>
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	<title>Locarno 71 Archivi - NonSoloCinema</title>
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		<title>I film di Venezia e i Pardi di Locarno a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Sep 2018 18:07:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Festival]]></category>
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		<category><![CDATA[Locarno 71]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 75.]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ritorna l&#8217;appuntamento di inizio autunno attesissimo: Le Vie del Cinema, le anteprime dalla 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia e dal 71° Locarno Festival cui si affiancano il Primo Premio del 36° Bergamo Film Meeting oltre ai Premi del Pubblico della 54a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e del 32° Festival [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Ritorna l&#8217;appuntamento di inizio autunno attesissimo: <strong>Le Vie del Cinema</strong>, le anteprime dalla 75. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia e dal 71° Locarno Festival <strong>cui si affiancano</strong> il Primo Premio del 36° Bergamo Film Meeting oltre ai Premi del Pubblico della 54a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e del 32° Festival Mix per un totale di quaranta lungometraggi, tutti in lingua originale con sottotitoli italiani.</p>
<p>La manifestazione, promossa da AGIS lombarda con il patrocinio del Comune di Milano, si svolgerà in nove intensi giorni di cinema d’autore su grande schermo con 13 sale coinvolte, proiezioni dalle 11.00 fino a sera inoltrata, incontri con autori, giornalisti e critici a sottolineare l’unicità della sala cinematografica come esperienza di visione collettiva oltre che occasione di conoscenza e formazione.</p>
<p><strong>Mercoledì 19 la manifestazione taglia il nastro di partenza</strong></p>
<p><strong>Dal Concorso</strong> della appena finita Mostra del Cinema:<br />
<a href="https://www.nonsolocinema.com/?s=At+Eternity’s+Gate">At Eternity’s Gate</a> di Julian Schnabel (Coppa Volpi Miglior Attore a Willem Dafoe), <a href="https://www.nonsolocinema.com/the-nightingale-di-jennifer-kent.html">The Nightingale</a> di Jennifer Kent (Premio Speciale della Giuria e Premio Marcello Mastroianni a Baykali Ganambarr) e Sunset di László Nemes (Premio Fipresci).<br />
<strong>Dalla sezione Orizzonti:</strong><br />
<a href="https://www.nonsolocinema.com/ozen-the-river-di-emir-baigazin.html">The River</a> (Ozen) di Emir Baigazin (Premio per la Migliore Regia) e <a href="https://www.nonsolocinema.com/tchelovek-kotorij-udivil-vseh-luomo-che-sorprese-tutti-di-natasha-merkulova-e-aleksey-chupov.html">The Man Who Surprised Everyone</a> di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov (Premio per la Migliore Attrice a Natalya Kudryashova).<br />
<strong>Dalla Settimana Internazionale della Critica:</strong><br />
<a href="https://www.nonsolocinema.com/lissa-ammetsajjel-still-recording-di-saeed-al-batal-e-ghiath-ayoub.html">Still Recording</a> di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub (Miglior Film 33° SIC e Premio Fipresci).<br />
<strong>Dalle Giornate degli Autori</strong>:<a href="https://www.nonsolocinema.com/giornate-degli-autori-2018-vince-cest-ca-lamour-di-claire-burger.html"> C’est ça l’amour</a> di Claire Burger (Miglior Film) e <a href="https://www.nonsolocinema.com/ricordi-di-valerio-mieli.html">Ricordi?</a> di Valerio Mieli (Premio del pubblico BNL e NUOVOIMAIE Talent Award).</p>
<p>Sempre da Venezia verrà anche programmato:<strong><br />
il film di apertura</strong><a href="https://www.nonsolocinema.com/first-man-primo-uomo-damien-chazelle.html"> First Man</a> di Damien Chazelle con Ryan Gosling; <a href="https://www.nonsolocinema.com/zan-killing-di-shinya-tsukamoto.html">Killing</a> (Zan) di Shinya Tsukamoto, <a href="https://www.nonsolocinema.com/doubles-vies-non-fiction-di-olivier-assayas.html">Doubles vies</a> (Non-Fiction) di Olivier Assayas;<a href="https://www.nonsolocinema.com/freres-ennemis-close-enemies-di-david-oelhoffen.html"> Frères ennemis</a> di David Oelhoffen e <a href="https://www.nonsolocinema.com/what-you-gonna-do-when-the-worlds-on-fire-di-roberto-minervini.html">What You Gonna Do When the World’s On Fire?</a> di Roberto Minervini.</p>
<p>Sempre dalla Mostra di Venezia, da non perdere, The Other Side of the Wind il leggendario film di Orson Welles completato a più di trent’anni dalla sua morte nella seconda proiezione pubblica dopo l’evento speciale al Lido e l’incredibile storia di José Pepe Mujica raccontata da due diverse angolature in <a href="https://www.nonsolocinema.com/el-pepe-una-vida-suprema-di-emir-kusturica.html">El Pepe</a>, una vida suprema di Emir Kusturica e <a href="https://www.nonsolocinema.com/la-noche-de-12-anos-di-alvaro-brechner.html">La noche de 12 años</a> di Álvaro Brechner.</p>
<p>Imperdibile anche la selezione dal Locarno Festival con i 7 film vincitori dei riconoscimenti principali. Tra questi il<strong> Pardo d’Oro</strong> <a href="https://www.nonsolocinema.com/land-imagined-yeo-siew-hua.html">A Land Imagined</a> di Yeo Siew Hua, <strong>il Premio Speciale della Giuria</strong> <a href="https://www.nonsolocinema.com/m-di-yolande-zauberman.html">M</a> di Yolande Zauberman, <strong>il Pardo per la Miglior Regia</strong> <a href="https://www.nonsolocinema.com/tarde-para-morir-joven-dominga-sotomayor.html">Tarde para morir joven</a> di Dominga Sotomayor e il Premio del Pubblico UBS nonché <strong>Grand Prix</strong> del 71 Festival di Cannes <a href="https://www.nonsolocinema.com/blackkklansman-spike-lee.html">BlacKkKlansman</a> di Spike Lee.</p>
<p>Completano il programma, dalla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro il Premio del Pubblico América di Erick Stoll e Chase Whiteside, dal Bergamo Film Meeting il Primo Premio Secret Ingredient di Gjorce Stavreski e dal Festival Mix il Premio del Pubblico Just Friends di Ellen Smit.</p>
<p>Ad anticipare la manifestazione, l’ormai tradizionale presentazione pubblica del programma a cura di Paolo Mereghetti e Bruno Fornara, affiancati da Daniela Persico del Locarno Festival, <strong>lunedì 17 settembre alle ore 18.00 al Cinema Palestrina.</strong><br />
A seguire, alle 20.30, la proiezione di Arrivederci Saigon di Wilma Labate (Venezia 75 sezione Sconfini) alla presenza della regista. Al termine del film incontro con il pubblico moderato dalla giornalista Alba Solaro.</p>
<blockquote class="td_quote_box td_box_left"><p>LE CINECARD E I BIGLIETTI<br />
Due le modalità per seguire la rassegna:<br />
BIGLIETTO INTERO 8 euro<br />
CINECARD (non più di due biglietti per film) 30 euro 6 ingressi &#8211; 48 euro 12 ingressi<br />
Le Cinecard sono in vendita dalle ore 12.00 di venerdì 14 settembre su leviedelcinema.lombardiaspettacolo.com e presso Colosseo Multisala, Anteo Palazzo del Cinema e Arcobaleno Filmcenter. I possessori della Cinecard potranno attivarla a partire dalle ore 12.00 di martedì 18 settembre riservando i propri posti con le stesse modalità previste per l’acquisto dei biglietti a tariffa intera.<br />
I biglietti saranno disponibili dalle ore 12.00 di martedì 18 settembre su leviedelcinema.lombardiaspettacolo.com; all’Infopoint c/o Colosseo Multisala nei giorni martedì 18, mercoledì 19 e giovedì 20 dalle 12.30 alle 20.00; alle casse dei cinema il giorno stesso della proiezione.</p></blockquote>
</div>
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			</item>
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		<title>Locarno71: Tutti i vincitori</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/locarno71-tutti-i-vincitori.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Stigliano Messuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Aug 2018 19:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Locarno 71]]></category>
		<category><![CDATA[Lee Spike]]></category>
		<category><![CDATA[Premiazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sotomayor Dominga]]></category>
		<category><![CDATA[Yeo Siew Hua]]></category>
		<category><![CDATA[Yolande Zauberman]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La 71esima edizione del festival di Locarno, la sesta e ultima sotto la direzione artistica di Carlo Chatrian, vede ancora in cima al podio l’Asia con il Pardo d’Oro a A Land Imagined di Yeo Siew Hua. Il Premio Speciale della Giuria – giuria quest’anno presieduta da Jia Zhang-ke, e composta da Sean Baker, dallo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>71esima edizione</strong> del festival di Locarno, la sesta e ultima sotto la direzione artistica di <strong>Carlo Chatrian</strong>, vede ancora in cima al podio l’Asia con il <strong>Pardo d’Oro</strong> a <a href="https://www.nonsolocinema.com/land-imagined-yeo-siew-hua.html"><strong><em>A Land Imagined</em></strong></a> di <strong>Yeo Siew Hua</strong>.</p>
<p>Il <strong>Premio Speciale della Giuria</strong> – giuria quest’anno presieduta da <strong>Jia Zhang-ke</strong>, e composta da <strong>Sean Baker</strong>, dallo scrittore <strong>Emmanuel Carrère</strong>, dalla cineasta <strong>Tizza Covvi</strong> e dall’attrice <strong>Isabella Ragonese</strong> – è andato al documentario <a href="https://www.nonsolocinema.com/m-di-yolande-zauberman.html"><strong><em>M</em></strong></a> di <strong>Yolande Zauberman</strong>. Il cileno <a href="https://www.nonsolocinema.com/tarde-para-morir-joven-dominga-sotomayor.html"><strong><em>Tarde para morir joven</em></strong></a> <span class="m_-1537304491008759631content-grab">di <strong>Dominga Sotomayor</strong></span> si è portato a casa il <strong>Pardo per la Miglior Regia</strong>.</p>
<p>Venendo alle <strong>migliori interpretazioni</strong>, sono stati incoronati la rumena <strong>Andra Guți</strong> per il suo ruolo in <a href="https://www.nonsolocinema.com/alice-t-di-radu-muntean.html"><strong><em>Alice T.</em></strong></a> di <strong>Radu Muntean</strong> e il coreano <strong>Ki Joobong</strong> per <a href="https://www.nonsolocinema.com/gangbyun-hotel-hong-sang-soo.html"><strong><em>Gangbyun Hotel</em></strong></a> di <strong>Hong Sangsoo</strong>. <strong>Menzione Speciale</strong> all’esordiente <strong>Richard Billingham</strong> (Regno Unito) per <a href="https://www.nonsolocinema.com/ray-liz-richard-billingham.html"><strong><em>Ray &amp; Liz</em></strong></a>.</p>
<p>Il pubblico della <strong>Piazza Grande</strong> ha insignito del <strong>Prix du Public UBS</strong> <a href="https://www.nonsolocinema.com/blackkklansman-spike-lee.html"><strong><em>BlacKkKlansman</em></strong></a> di <strong>Spike Lee</strong>, mentre il <strong>Variety Piazza Grande Award</strong> è andato a <strong><em>Le vent tourne</em></strong> di <strong>Bettina Oberli</strong>.</p>
<p>Nell’ambito del <strong>Concorso Cineasti del Presente</strong>, il <strong>Pardo d’Oro</strong> a <a href="https://www.nonsolocinema.com/chaos-di-sara-fattahi.html"><strong><em>Chaos</em></strong> </a>di <strong>Sara Fattahi</strong>, il <strong>Premio per il miglior regista emergente</strong> (Città e Regione di Locarno) a<a href="https://www.nonsolocinema.com/dead-horse-nebula-tarik-aktas.html"><strong> <em>Dead Horse Nebula</em></strong></a> di <strong>Tarık Aktaş</strong>, il <strong>Premio speciale della giuria Ciné+</strong> a <a href="https://www.nonsolocinema.com/closing-time-di-nicole-vogele.html"><strong><em>Closing Time</em></strong></a> di <strong>Nicole Vögele</strong>, con <strong>Menzione Speciale</strong> a <strong><em>Fausto</em></strong> di <strong>Andrea Bussmann</strong>.</p>
<p>I due premi nella categoria <strong>Signs of Life</strong> hanno visto trionfare rispettivamente <a href="https://www.nonsolocinema.com/hai-shang-cheng-shi-the-fragile-house-di-lin-zi.html"><strong><em>Hai shang cheng shi </em></strong></a>di<strong> Lin Zi</strong> con il <strong>Signs of Life Award ELECTRONIC-ART.FOUNDATION per il miglior film</strong>, e <strong><em>Le Discours d’acceptation glorieux de Nicolas Chauvin</em></strong> di <strong>Benjamin Crotty</strong> con il <strong>Mantarraya Award (Fundación Casa Wabi)</strong>.</p>
<p>Lo <strong>Swatch First Feature Award per la migliore opera prima</strong> a <a href="https://www.nonsolocinema.com/alles-ist-gut-eva-trobisch.html"><strong><em>Alles ist gut</em></strong></a> di <strong>Eva Trobisch</strong>, lo <strong>Swatch Art Peace Hotel Award</strong> al lituano <strong><em>Rūgštus miškas</em></strong> di <strong>Rugilė Barzdžiukaitė</strong>, con <strong>Menzione Speciale</strong> a <strong><em>Tirss, rihlat alsoo’oud ila almar’i</em> </strong>del lituano <strong>Ghassan Halwani</strong>.</p>

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		<title>&#8220;La Flor&#8221; di Mariano Llinás</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/la-flor-mariano-llinas.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Faoro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Aug 2018 13:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Locarno 71]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un film di 13 ore e 28 minuti è difficile guardarlo, figuriamoci recensirlo. Che sia difficile da guardare lo sanno gli organizzatori del 71° Festival di Locarno, che le hanno provate tutte per proiettare il lungometraggio La Flor in spezzoni di varia lunghezza, in modo da non uccidere nessuno spettatore ma senza nemmeno deludere il suo coraggiosissimo regista Mariano [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un film di <strong>13 ore e 28 minuti</strong> è difficile guardarlo, figuriamoci recensirlo. Che sia difficile da guardare lo sanno gli organizzatori del <strong>71° </strong><strong>Festival di Locarno</strong>, che le hanno provate tutte per proiettare il lungometraggio<strong> <em>La Flor</em></strong> in spezzoni di varia lunghezza, in modo da non uccidere nessuno spettatore ma senza nemmeno deludere il suo coraggiosissimo regista <strong>Mariano Llinás </strong>(<em>&#8220;non deve diventare una serie tv perché quelle non le sopporto proprio&#8221;</em>, ci ha detto quando l&#8217;abbiamo incrociato dopo una conferenza stampa). Che sia difficile da recensire lo sa chi sta scrivendo in questo momento, attento a non tralasciare nessun particolare importante nel tentativo di non trasformare questa recensione in un&#8217;opera in sei volumi. Se c&#8217;è una cosa sicura su <em>La Flor </em>però è la seguente: le ore su ore di durata non sono né una trovata pubblicitaria né un esperimento fine a sé stesso ma l&#8217;unico modo per mettere in scena un&#8217;idea che non poteva essere trasformata in film in altra maniera.<br />
<img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-526273" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/2-4.jpg" alt="" width="702" height="386" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/2-4.jpg 702w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/2-4-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 702px) 100vw, 702px" />Attraverso sei capitoli non concatenati tra loro (o non proprio, come vedremo dopo), ognuno realizzato con stilemi di generi diversi e con toni che cambiano da capitolo a capitolo, Llinás riesce a fare contemporaneamente un riassunto, una parodia (nel senso più nobile del termine) e un omaggio all&#8217;atto del <em>fare cinema </em>nella più ampia delle sue accezioni. Il titolo (&#8220;<em>il fiore&#8221;</em>) è riferito alla struttura narrativa della pellicola, riassunta dallo stesso regista all&#8217;inizio del film e spiegata come quattro episodi disgiunti, disposti come una sorta di corolla di petali (rispettivamente il primo, il secondo, il terzo e il quinto), un episodio di raccordo che fa da pistillo (il quarto) e il sesto episodio  che funge da conclusione ideale a tutto il progetto (il gambo del fiore). In ognuno, in ruoli diversi da episodio a episodio (escluso il quinto in cui non compaiono nemmeno) ritroviamo le stesse quattro attrici, vale a dire <strong>Elisa Carricajo</strong>, <strong>Pilar Gamboa</strong>, <strong>Valeria Correa</strong> e <strong>Laura Paredes</strong>, ognuna rappresentate di un diverso tipo dell&#8217;enneagramma.</p>
<figure id="attachment_526274" aria-describedby="caption-attachment-526274" style="width: 1280px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-526274" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/3-2.jpg" alt="" width="1280" height="706" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/3-2.jpg 1280w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/3-2-300x165.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/3-2-1024x565.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/3-2-696x385.jpg 696w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/3-2-761x420.jpg 761w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-526274" class="wp-caption-text">Il &#8220;fiore&#8221; narrativo disegnato e spiegato dal regista</figcaption></figure>
<p>Il lavoro fatto sui quattro &#8220;petali&#8221; del fiore, ovvero gli omaggi a generi cinematografici diversi, non si limita a una semplice imitazione per stereotipi (non è esattamente una parodia alla Maccio Capatonda, ecco) ma è una complessa rielaborazione del genere preso in esame di volta in volta. Nel primo capitolo, presentato da Llinás come un film di serie b &#8220;<em>come quelli che facevano gli americani una volta</em>&#8221; (anche se un occhio attento può vederci benissimo anche un po&#8217; di horror italiano <em>à la </em>Mario Bava) ci troviamo davanti ad una storia di demoni e fantasmi con protagoniste delle coraggiose archeologhe. L&#8217;episodio, tra <em>cliché </em>da vero b movie e piccoli colpi di genio, serve al regista per rompere il ghiaccio, per dimostrare la naturalezza con cui si destreggia in un genere che abbandonerà dopo appena un&#8217;ora e mezza (che in <em>La Flor </em>è come dire dopo cinque minuti).<br />
<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-526272" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/4-1.jpg" alt="" width="1020" height="560" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/4-1.jpg 1020w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/4-1-300x165.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/4-1-765x420.jpg 765w" sizes="(max-width: 1020px) 100vw, 1020px" />L&#8217;episodio che segue è più complesso perchè va ad affrontare due generi fusi tra loro in una combinazione inedita e sapientemente orchestrata, vale a dire un musical melodrammatico (arricchito dalle impeccabili performance vocali di Pilar Gamboa) e una trama in bilico tra il <em>crime</em> e il <em>mystery </em>che serve al regista per introdurre il più complesso tra i quattro petali, ovvero il terzo, una vera e propria <em>spy story </em>di cinque ore e quaranta minuti che sembra durare almeno metà per l&#8217;abilità con cui Llinás gioca con una trama al limite del complicato, concatenando salti temporali impossibili da seguire (verso la fine dell&#8217;episdo si arriva a una media di un salto temporale ogni due minuti, tra le risate degli spettatori o almeno di quelli superstiti) e aggiungendo personaggi e risvolti a un ritmo crescente e costante. L&#8217;ultimo petalo (ovvero il quinto episodio, del quarto parleremo dopo) è forse il più lineare, trattandosi di un omaggio al cinema muto (con la coraggiosa scelta di non utilizzare alcun tipo di colonna sonora) in cui le nostro quattro amiche (e dopo dieci ore assieme non c&#8217;è altro modo per definirle) non compaiono nemmeno.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-526275" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/7.jpg" alt="" width="634" height="357" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/7.jpg 600w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/7-300x169.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 634px) 100vw, 634px" />Se <em>La Flor </em>si fosse limitato a questi quattro episodi si tratterebbe di un gran bel progetto girato da un bravo regista con quattro brave attrici, ma niente più. A cambiare le carte in tavola però è il quarto episodio, il &#8220;pistillo&#8221; per intendersi. Dire che Llimás decide di rompere la quarta parete sarebbe riduttivo, in quanto non solo si limita a mettere in scena un finto backstage del film, con un attore che interpreta il regista stesso impegnato a litigare con le quattro ragazze e con la troupe, ma cambia la prospettiva della narrazione scegliendo come narratore il personaggio dell&#8217;investigatore dell&#8217;occulto Gatto, che dopo aver fatto rinchiudere la troupe in manicomio studia le anomalie causate dalla realizzazione del film (che in questo livello di realtà si chiama <em>La Araña</em>, il ragno) basandosi sulla agendina rossa del regista e sui suoi appunti, ignaro del fatto che si tratti di una pellicola ma analizzandolo come una sorta di strano rito.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-526276" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/6.png" alt="" width="2628" height="1468" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/6.png 2628w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/6-300x168.png 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/6-1024x572.png 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/6-752x420.png 752w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/6-1920x1073.png 1920w" sizes="auto, (max-width: 2628px) 100vw, 2628px" />Gatto, che passa notti insonni studiando libri di Arthur Machen nel disperato tentativo di comprendere il significato di quell&#8217;agendina (scusa per Llimás per realizzare una delle digressioni più belle del film, una rivisitazione crime delle avventure di <em>Casanova </em>con le quattro protagoniste) è una splendida metafora dello spettatore, spettatore di questo film in particolare e del cinema in generale, e l&#8217;episodio tutto diventa una riflessione dell&#8217;impatto del cinema o comunque della cultura sulla vita reale, il tutto all&#8217;interno di un film che cancella e ridisegna più e più volte la linea che separa questi due luoghi figurati. La quarta parte termina con delle splendide riprese delle ragazze, completamente sconnesse da qualsiasi episodio, in cui le quattro protagoniste si spogliano, ridono, ballano, in un angolo del film interamente dedicato a loro, come se il regista volesse consegnare loro lo scettro e il potere di decidere cosa finisce nel film per un attimo, come a sovvertire la naturale gerarchia del set.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-526277 size-full" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/5-1.jpg" alt="" width="615" height="308" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/5-1.jpg 615w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/5-1-300x150.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 615px) 100vw, 615px" />E sovvertire l&#8217;ordine delle cose è quello che fa anche col finale, mettendo quello che di fatto è il vero finale del film più o meno a tre quarti (appunto nel quarto episodio) e terminando <em>La Flor </em>con una poetica e sognante sequenza, il sesto episodio, in cui le ragazze (nei panni di personaggi di una storia che non conosciamo) si salutano e si separano dopo una lunga traversata nel deserto, il tutto velato da un filtro che distorge pesantemente l&#8217;immagine. In questa porzione del film poi i personaggi di Laura Paredes e Valeria Correa sono incinte (e incinte erano le due attrici al momento delle riprese), quasi a marcare la proiezione verso il futuro di questi ultimi istanti del film, con le ragazze gravide che si incamminano, in una sorta di personificazione del concetto di finale aperto. Notare poi come le altre storie non avessero un finale vero e proprio, mentre l&#8217;ultima è di fatto un finale senza premessa.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-526271" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1-2.jpg" alt="" width="702" height="386" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1-2.jpg 702w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1-2-300x165.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 702px) 100vw, 702px" />In un sistema complesso che è molto più di un omaggio al cinema ma una riflessione sul sul rapporto tra questo e chi lo fa o chi lo guarda, <em>La Flor </em>riesce a farci perdonare Llinás per le scelte scellerate in materia di tempistiche. Chiaramente si tratta di un esperimento, di una scommessa, di un salto nel vuoto (tant&#8217;è che Llinás e i produttori non hanno ancora ben chiaro come distribuire la pellicola, come ha confessato il regista in conferenza stampa), ma un applauso per questo film dovrebbe partire solo per l&#8217;idea che c&#8217;è dietro, a maggior ragione quando il risultato finale è un&#8217;esperienza così godibile e travolgente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nonsolocinema.com/la-flor-mariano-llinas.html">&#8220;La Flor&#8221; di Mariano Llinás</a> proviene da <a href="https://www.nonsolocinema.com">NonSoloCinema</a>.</p>
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		<title>&#8220;Ruben Brandt, collector&#8221; di Milorad Krstić</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alvise Mainardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Aug 2018 11:51:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Locarno 71]]></category>
		<category><![CDATA[Krstic Milorad]]></category>
		<category><![CDATA[Piazza Grande]]></category>
		<category><![CDATA[Ungheria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;In my dream, I was two cats, and I was playing with each other&#8221;. Con questa frase di Frigyes Karinthy si apre Ruben Brandt, collector, il primo vero film di Milorad Krstić, dopo una vita nell&#8217;arthouse e nella fotografia, sinceramente esplicativa della natura rigorosamente plurale del film, in cui ogni cosa è scomposta e nella sua scomposizione raddoppiata, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;In my dream, I was two cats, and I was playing with each other&#8221;. Con questa frase di Frigyes Karinthy si apre <em>Ruben Brandt, collector</em>, il primo vero film di Milorad Krstić, dopo una vita nell&#8217;<em>arthouse</em> e nella fotografia, sinceramente esplicativa della natura rigorosamente plurale del film, in cui <strong>ogni cosa è scomposta e nella sua scomposizione raddoppiata</strong>, triplicata, decostruita fino a venire rappresentata in ogni sua sfumatura.</p>
<p>Non a caso Krstić sceglie il terreno della separazione dell&#8217;unico per eccellenza come fulcro narrativo del suo film, creando il personaggio di Ruben Brandt, psicoterapeuta dall&#8217;animo artistico che, tormentato dagli incubi, decide di applicare il suo metodo psicanalitico a se stesso, finendo per organizzare i furti dei famosissimi quadri i cui personaggi gli causano allucinazioni così violente da precludergli una piena adesione alla realtà. Aiutato dal suo quartetto di pazienti cleptomani e braccato dalla mafia e dal detective privato Kowalski, Ruben ci trasporta in questo <strong>mondo surreale animato sulla scia delle lezioni</strong> e dell&#8217;influenza sul carattere immaginifico <strong>di Buñuel e Dalì</strong>. Invero le ispirazioni e i richiami sono molti di più, e vanno dall&#8217;arte figurativa e quella cinematografica, dalla fotografia alla musica, ma il film non è tanto un generico &#8220;film sull&#8217;arte&#8221; &#8211; anche se questa è sempre al centro della vicenda &#8211; ma piuttosto <strong>un</strong> <strong>prodotto più o meno ibrido tra il cinema e la video-arte</strong> che consiste, di fatto, in un <em>divertissement</em> colto che tenta di sfruttare le risorse del macchina da presa per creare una <strong>pura esperienza visiva</strong>, un <em>unicum</em> di questo <a href="https://www.nonsolocinema.com/tag/locarno-71">Locarno Festival del 2018</a>.</p>
<p>A partire dall&#8217;animazione, ispirata a quei diversi stili raffigurativi che sono l&#8217;ispirazione e il campo di competenza del regista (anche pittore), viene condotto un discorso sulla capacità di creare <strong>nuovi linguaggi visivi</strong> a partire dal sondare l&#8217;immensa complessità umana, che in questo caso si manifesta attraverso l&#8217;arte e la psicologia. Quest&#8217;ultima fa da tramite per giocare con le immagini e i suoi significati, almeno in un primo tempo, poi invece lascia <strong>spazio a quel talento fantasioso che deturpa gli uomini e le cose</strong>, moltiplicandone i nasi e le orecchie e gli occhi fino a smontare ogni singola inquadratura, parafrasando, in uno dei tanti riferimenti e richiami, Picasso e il suo stile caratteristico. Tutto questo senza perdersi in una rottura sterile delle convenzioni del cinema e più in particolare dell&#8217;animazione tradizionale, ma incastonando questa scaglione d&#8217;ambito visivo in una base narrativa più che solida, anch&#8217;essa capace di scherzare, lasciandoli e riprendendoli, i lemmi dei generi <em>noir</em> e <em>mystery</em>, per lambirne poi anche gli stereotipi e giocare con essi, a cavallo tra colpi di scena improbabili, sequenze <em>action</em> iperbolicamente acrobatiche e una impostazione tempistica che oscilla tra tragicomico e <em>hardboiled</em> ma si dispiega con un ritmo giustissimo.</p>
<p>Si tratta di un vero e proprio <strong>bombardamento sensoriale</strong> in grado di spremere fino in fondo tutto ciò che possono dare i lati visivo e sonoro di un lavoro del genere, moltiplicando le suggestioni, affrontando tematiche tipiche per poi disassemblarle e ricostruirle, affidandosi totalmente al <em>talento</em> visionario del suo autore. Le nozioni base di psicologia gli servono, appunto, per darsi uno schema con cui lavorare sulle animazioni &#8211; ideate e disegnate sempre dallo stesso Krstić &#8211; e per avere una struttura su cui sviluppare le sua rifrazioni, simboleggiando, o meglio, rimandando, senza esagerare con l&#8217;occultamento dei significati, all&#8217;idea che vuole esprimere. Questo <strong>elemento psicologistico</strong> infatti p<strong>ermea </strong>comunque<strong> il livello visivo</strong>, non quello sostanziale, i suoi personaggi non sono caratterizzati in modo standard, ma sono <em>figure </em>tratte da un particolare immaginario condiviso e poi riadattate dinconseguenza. Non c&#8217;è indagine intima, ma <strong>trasmissione sullo schermo nel modo più diretto possibile</strong>; lo stesso discorso vale per il sonoro, elaborato, scomposto, con cui Krstić insiste, profittando di un ottimo Tibor Carl, per andare a concentrarsi sull&#8217;esperienza visiva, più che altro.</p>
<p>Sì, un <em>divertissement</em>, dunque, che aspira a stupire e intrattenere nella più elegante delle accezioni, cimentandosi in una serie di sequenze sempre più elaborate registicamente che mettono in mostra emersioni da un mondo di possibilità, una nuova lente, cioè macchina, con cui guardare quell&#8217;insieme confusionario di idee che precede il lavoro artistico. La punta (auto)ironica verso la psicologia e, soprattutto, l&#8217;arte moderna, unita all&#8217;intenso lavoro di sovrapposizione tra i diversi stili raffigurativi e situazioni che ne ricordano alcune caratteristiche, in una cifra registica costantemente mutevole e capace di sorprendere, fanno da ciliegina sulla torta per un <strong>film riuscito perfettamente per quanto concerne il proprio scopo</strong>, forse un sufficientemente compiaciuto in alcuni frangenti, con tutti i crismi necessari a costituire <strong>un&#8217;interessante novità oltre che un&#8217;esperienza non così scontata</strong> trattabile però anche per il panorama delle sale moderne, pure più <em>mainstream</em>.</p>
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		<title>&#8220;Hai shang cheng shi (The fragile house)&#8221; di Lin Zi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Stigliano Messuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Aug 2018 08:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Locarno 71]]></category>
		<category><![CDATA[Lin Zi]]></category>
		<category><![CDATA[Signs of Life]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vincitore del Signs of Life Award all’interno dell’omonima sezione dedicata a «l’indagine dei territori di frontiera della settima arte tra forme narrative inedite e innovazione del linguaggio cinematografico», Hai shang cheng shi (The fragile house) di Lin Zi – al secolo Lin LiuLiu – è un esordio tanto estroso nelle scelte formali quanto condiscente verso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Vincitore</strong> del <strong>Signs of Life Award</strong> all’interno dell’omonima sezione dedicata a «l’indagine dei territori di frontiera della settima arte tra forme narrative inedite e innovazione del linguaggio cinematografico», <em>Hai shang cheng shi</em> (<em>The fragile house</em>) di <strong>Lin Zi</strong> – al secolo Lin LiuLiu – è un esordio tanto estroso nelle scelte formali quanto condiscente verso la retorica tradizionalista.</p>
<p>La vigilia di Capodanno <strong>Huang CuiNa</strong> irrompe in casa della sorella <strong>CuiYing</strong>, reclamando i soldi che questa le deve: la situazione degenera e per farle alzare i tacchi viene chiamata la polizia, sicché l’intera famiglia trascorre la serata in centrale. Qualche tempo dopo CuiYing racimola la somma per ripagare il debito, ma preferisce investirla in un progetto edilizio: l’equilibrio del gruppo ormai è turbato, e nelle occasioni di ritrovo – il compleanno della madre ottantenne, il compimento del primo mese del nipotino – l’astio è palpabile. A ciò si aggiungono le tribolazioni del figlio di CuiYing, <strong>ChaoChao</strong>, per il quale la scuola è diventata una tortura.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-526220 aligncenter" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042996_P3001_255723-300x169.jpg" alt="Hai shang cheng shi (The fragile house) 3" width="700" height="394" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042996_P3001_255723-300x169.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042996_P3001_255723-1024x576.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042996_P3001_255723-747x420.jpg 747w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042996_P3001_255723-1920x1080.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>Intreccio complesso</strong> quello di <em>Hai shang cheng shi</em>, di cui la sinossi costituisce una possibile ricostruzione: unico punto fermo è CuiYing, che per brama di <strong>affermazione personale</strong> finisce per compromettere, per mezzo – e non per fine – del denaro, tutto il sistema. <strong>È l’ennesima miniatura del crollo del vecchio mondo, ma è lo sguardo adottato da Lin a porre il suo esordio un gradino più in alto rispetto alla norma</strong>: i margini superiore e inferiore dell’inquadratura sono velati dall’oscurità, come se si stesse osservando la scena con gli occhi semichiusi, in uno stato di dormiveglia.</p>
<p>Questa la sensazione che il regista ha dichiarato di voler suscitare: l’<strong>oggettività del punto di vista del sognatore</strong>, che è in grado di percepire contemporaneamente in prima e in terza persona l’incombere delle tenebre su se stesso e sugli altri inquilini del sogno. Ogni inquadratura di <em>Hai shang cheng shi </em>è un <strong>guardare attraverso</strong>, con l’occhio della cinepresa collocato al di qua di una <strong>feritoia</strong>, a volte fittizia, a volte estremamente concreta – per esempio gli occhi di un personaggio in soggettiva –, che minaccia di chiudersi da un momento all’altro. Le <strong>oscillazioni</strong> riguardano non solo l’apertura di questo spiraglio ma anche la <strong>gamma cromatica</strong>, che arriva a esaurirsi nel bianco e nero nel momento in cui anche l’ultimo legame tra i familiari è stato reciso.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-526219 aligncenter" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042988_P3001_255717-300x169.jpg" alt="Hai shang cheng shi (The fragile house) 2" width="700" height="394" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042988_P3001_255717-300x169.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042988_P3001_255717-1024x576.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042988_P3001_255717-747x420.jpg 747w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1042988_P3001_255717-1920x1080.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>CuiYing incarna, in sintesi, la generazione responsabile della frattura tra un passato rurale e monolitico e un presente urbano e cangiante. La <strong>meccanizzazione dei rapporti umani</strong> e la <strong>cementificazione del paesaggio</strong> sono il cancro diagnosticato da Lin, per il quale è proposto un <strong>antidoto obsoleto</strong> che stona con la visionarietà dimostrata nell’utilizzo del mezzo: i<strong> principi confuciani</strong> – mai veramente estinti e anzi innestatisi nell’ideologia maoista – del gruppo prima del singolo, della risoluzione pacifica delle controversie; il <strong>ritorno alla terra</strong> – vagheggiato a ChaoChao da suo padre contemplando l’incolto campo di famiglia; la <strong>riappropriazione del rituale</strong> come momento reiterato e sacro, svilito dalla sovrimpressione delle immagini dei ragazzini che accendono petardi sul sito della tomba degli antenati. Il caro vecchio <strong>«si stava meglio quando si stava peggio»</strong>.</p>
<p>Come in <a href="https://www.nonsolocinema.com/jiao-qu-de-niao-suburban-birds-qiu-sheng.html"><em>Jiao qu de niao</em></a>, il giovane autore di <em>Hai shang cheng shi</em> sembra non avere una posizione chiara in merito al retaggio della sua nazione, né tantomeno, sul piano identitario, un rapporto armonioso con esso. Questo l’unico ambito in cui Lin Zi deve ancora maturare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nonsolocinema.com/hai-shang-cheng-shi-the-fragile-house-di-lin-zi.html">&#8220;Hai shang cheng shi (The fragile house)&#8221; di Lin Zi</a> proviene da <a href="https://www.nonsolocinema.com">NonSoloCinema</a>.</p>
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		<title>&#8220;Munmo tashi khyidron&#8221; di Dechen Roder</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/munmo-tashi-khyidron-di-dechen-roder.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Stigliano Messuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 21:23:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Locarno 71]]></category>
		<category><![CDATA[Dechen Roder]]></category>
		<category><![CDATA[Open doors]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Presentato all’interno di Open Doors, la sezione del Locarno festival dedicata alla scoperta e promozione di giovani talenti provenienti dall’Asia e dal Sud del mondo, Munmo tashi khyidron (2016) – titolo internazionale Honeygiver among the dogs – segna l’esordio alla regia di un lungometraggio della bhutanese Dechen Roder, che mette a punto un meccanismo ben [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nonsolocinema.com/munmo-tashi-khyidron-di-dechen-roder.html">&#8220;Munmo tashi khyidron&#8221; di Dechen Roder</a> proviene da <a href="https://www.nonsolocinema.com">NonSoloCinema</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Presentato all’interno di <strong>Open Doors</strong>, la sezione del Locarno festival dedicata alla scoperta e promozione di giovani talenti provenienti dall’Asia e dal Sud del mondo, <em>Munmo tashi khyidron </em>(2016) – titolo internazionale<strong> <em>Honeygiver among the dogs</em></strong> – segna l’esordio alla regia di un lungometraggio della bhutanese <strong>Dechen Roder</strong>, che mette a punto un meccanismo ben congegnato in grado di mantenere la tensione alta fino all’ultimo.</p>
<p>La priora di un monastero buddista è misteriosamente scomparsa. Sulle sue tracce viene inviato il <em>detective </em><strong>Kinley</strong> – <strong>Jamyang Jamtsho Wangchuk</strong> –, le cui indagini portano verso un’unica direzione: l’ultima arrivata nel villaggio, la bella e terribile <strong>Choden</strong> – <strong>Sonam Tashi Choden</strong>. Il poliziotto si avvicina così sotto copertura alla sospettata, arrivando a scoprire un disegno più grande che coinvolge anche diversi insospettabili.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-526213 aligncenter" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1021398_P3001_251515-300x162.jpg" alt="Munmo tashi khyidron" width="700" height="378" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1021398_P3001_251515-300x162.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1021398_P3001_251515-1024x554.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1021398_P3001_251515-777x420.jpg 777w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1021398_P3001_251515-1920x1038.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Definito dalla stessa autrice un <strong><em>noir </em>buddista</strong>, <em>Munmo tashi khyidron </em>modella la sua protagonista sull’ideale della <strong><em>dakini</em> </strong>(danzatrice del cielo), la donna illuminata nella virtù in questa vita, in questo corpo. Proprio dall’incontro con una di esse Roder è stata motivata a portare sul grande schermo una storia che parlasse della condizione delle donne del suo Paese. In un panorama dove la <strong>tradizione letteraria</strong> e i <strong>media tradizionali</strong> contemplano quasi esclusivamente il punto di vista maschile, la <em>dakini </em>si pone come possibile antitesi pacifica a un certo tipo di pensiero che per sussistere ha bisogno di soggiogare l’alterità.</p>
<p>Questo il sottotesto che si può leggere nell’intrigo ordito ai danni della badessa del monastero, ma <strong>non si tratta di un film di concetto</strong>: vengono anzi messi in chiaro da subito le pedine sulla scacchiera, che seguendo un <em>pattern </em>assodato ma sempre avvincente passeranno da un estremo all’altro della stessa. Il vero nemico, in fondo, è il <strong>«demone dell’oro»</strong> che corrompe il cuore degli uomini mettendoli gli uni contro gli altri.</p>
<p>Roder, che della sua opera prima firma anche la <strong>sceneggiatura</strong>, intrappola i personaggi in una <strong>ragnatela di Shyamalana memoria</strong>, mettendo in discussione la realtà degli avvenimenti: la monaca è viva o morta? È possibile indagare su persone che sono state viste a malapena una volta? Quali sono i «poteri da seduttrice» di Choden e stanno davvero modificando la percezione di Kinley?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-526215 aligncenter" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1031332_P3001_253650-300x162.jpg" alt="Munmo tashi khyidron" width="700" height="378" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1031332_P3001_253650-300x162.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1031332_P3001_253650-1024x554.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1031332_P3001_253650-777x420.jpg 777w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1031332_P3001_253650-1920x1038.jpg 1920w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/OC1031332_P3001_253650.jpg 1998w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Dimostrando di saper maneggiare con <strong>fluidità</strong> la cinepresa regalandoci delle belle <strong>sequenze di pedinamento</strong>, la mano dietro <em>Munmo tashi khyidron </em>conosce l’arte del compromesso: si tratta di un film che sposa in pieno le prerogative del genere ma che è autoriale nella misura in cui parla della società bhutanese, della corruzione delle sue gerarchie, della questione dell’isolamento e povertà dei centri rurali e del regime para-teocratico che in essi vige.</p>
<p>Corroborato da un’<strong>ottima prestazione degli attori</strong> – con una menzione d’onore all’<strong>esordiente</strong> Sonam Tashi Choden –, <em>Munmo tashi khyidron </em>è esotico, romantico, e in alcune sezioni persino visionario. Un prima prova brillante, sfaccettata al punto giusto senza strafare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nonsolocinema.com/munmo-tashi-khyidron-di-dechen-roder.html">&#8220;Munmo tashi khyidron&#8221; di Dechen Roder</a> proviene da <a href="https://www.nonsolocinema.com">NonSoloCinema</a>.</p>
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		<title>&#8220;Siyabonga&#8221; di Joshua Magor</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alvise Mainardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 11:42:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Cineasti del presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel penultimo giorno di proiezioni alcuni nodi devono per forza di cose venire anzi tempo al pettine, e la sezione dei cineasti del presente deve essere sacrificata sull&#8217;altare della necessità. L&#8217;undici agosto sarà il giorno della conferenze stampa e della premiazioni, con focus ovviamente sul concorso internazionale e sul Prix du Public affidato al gusto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel penultimo giorno di proiezioni alcuni nodi devono per forza di cose venire anzi tempo al pettine, e la sezione dei cineasti del presente deve essere sacrificata sull&#8217;altare della necessità. L&#8217;undici agosto sarà il giorno della conferenze stampa e della premiazioni, con focus ovviamente sul concorso internazionale e sul Prix du Public affidato al gusto degli spettatori della Piazza Grande, mentre il dieci, oggi, si chiude la categoria delle giovani promesse, proprio con <em>Siyabonga</em>, battesimo del fuoco del giovanissimo Joshua Magor.</p>
<p>Direttamente dal Sudafrica, paese che non si vedeva rappresentato qui a Locarno da più di qualche anno, <em>Siyabonga</em> arriva sugli schermi della <a href="https://www.nonsolocinema.com/tag/locarno-71">71esima edizione</a> così, con calma e eppure responsabilità, mentre questa è lieta di poter contare su quest&#8217;opera per fornire una chiusa efficace a una categoria che, francamente, quest&#8217;anno non ha certo brillato. Siyabonga è il nome di un giovane ragazzo che vive a Mphopomeni, villaggio situato in una delle regioni più povere del Sudafrica, appassionato di recitazione e sport, campa come attore teatrale con una compagnia imbastita assieme a tre amici. Una delle sue più grandi aspirazioni è sempre stata quella di recitare in un film, e quando si presenta l&#8217;occasione, non ha certo intenzione di farsela sfuggire. <strong>Joshua Magor è il regista di quel film, ancora in fasce, che si sarebbe dovuto girare in quella zona</strong>, a mezz&#8217;ora di taxi dalla casa di Siyabonga. <strong>Quest&#8217;ultimo farà di tutto per mettersi in contatto con chi di dovere</strong>, infilandosi nel &#8220;contrabbando di wi-fi&#8221; (privilegio degli <em>umlungus</em>) fino a valutare anche il voodoo, o <em>similia</em>. <b>Lo stesso Magor, impressionato dalla sua dedizione, ha deciso di trasformare questa curiosa circostanza avvenuta per caso nel film che avrebbe realmente girato in loco</b>, ricostruendo le dinamiche precedenti e anche immediatamente successive al <em>meeting, </em>come piace tra le altre cose definirlo al protagonista perché &#8220;l&#8217;inglese è più professionale&#8221;.</p>
<p><strong>Camera fissa, montaggio lineare, luce naturale</strong>. Magor ha le idee chiare, confeziona con una tecnica tanto spartana quanto impeccabile una storia sulla routine di <strong>Siyabonga</strong> e sul suo sogno, che si avvera proprio con questo film in cui <strong>egli <em>impersona</em> <em>se stesso</em></strong> &#8211; interpretazione complessa, specie per essere un esordio, ma affrontata con estrema naturalezza &#8211; <strong>a metà fra finzione e documentario</strong>. La <em>ripetizione</em> di Siyabonga di fatto, soprattutto nella prima parte, racconta la sua realtà, basilarmente. Una realtà fatta di economia di sussistenza e vita giorno per giorno in una comunità dove praticamente non circola denaro e tutti si conoscono e s&#8217;aiutano, almeno in questo frangente storico. Cinque o dieci anni fa o giù di lì non doveva essere così semplice, per i soliti motivi legati alle conseguenze dell&#8217;<em>apartheid</em>. <strong>Il sogno di Siyabonga è la sua personalissima declinazione di quella speranza flebile che tutte le persone inquadrate possiedono</strong>: dopo una vita di sofferenza, adesso i bambini possono andare a scuola e non si corre certo il rischio di morire di fame o bastonate, ma <strong>la volontà di riscatto è ancora presente</strong> nei cuori di tutti gli abitanti, specie in quei ragazzi che sognano il calcio europeo e fantasticano dinanzi a potenziali <em>scout</em> (che poi magari sono solo persone che si riposano un attimo all&#8217;ombra), mentre Siyabonga sogna(va) il cinema, e ora ci è arrivato. Emblematica è quella scena in cui lo stesso protagonista si cimenta nell&#8217;insegnamento dei rigori a ragazzini, coronando per un secondo quelle aspirazioni che difficilmente vedranno mai luce, come a compensare &#8211; è palese l&#8217;improvvisazione in quel momento &#8211; il fatto che lui sia arrivato fino in fondo mentre gli ingenui ragazzini prima o poi dovranno abbandonare le speranze.</p>
<p>Un film <strong>semplice</strong>, come già detto, ma sincero nella sua messa in scena quanto dotato di una certa complessità teorica: <strong>la ripetizione del reale sotto forma di finzione</strong> nel circolo in cui si rincorrono film in sé e film ipotetico non è cosa da poco, nonostante un minimo di dispersione e una quadratura formale e di pensiero estremamente grezza. <em>Siyabonga </em>è tutto fuorché un capolavoro, come del resto le pellicole che l&#8217;hanno preceduto, ma <strong>sprizza passione per il cinema da tutti i pori, e quella è impossibile da non apprezzare</strong>.</p>
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		<title>&#8220;I Feel Good&#8221; di Benoît Delépine e Gustave Kervern</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Faoro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 10:44:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Locarno 71]]></category>
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		<category><![CDATA[Festival Internazionale del Cinema di Locarno 2018]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A chiudere la rassegna Piazza Grande del 71° Locarno Festival (ironia della sorte non dalla Piazza Grande ma dal multisala PalaCinema) è la commedia francese I Feel Good, firmata dalla coppia di registi Benoît Delépine e Gustave Kervern, che con le loro commedie grottesche e al limite del punk vantano il primato di aver riportato Gérard Depardieu dopo tanti anni agli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A chiudere la rassegna <em>Piazza Grande </em>del <strong>71° Locarno Festival </strong>(ironia della sorte non dalla Piazza Grande ma dal multisala PalaCinema) è la commedia francese <em><strong>I Feel Good</strong></em>, firmata dalla coppia di registi <strong>Benoît Delépine</strong> e <strong>Gustave Kervern</strong>, che con le loro commedie grottesche e al limite del <em>punk </em>vantano il primato di aver riportato <strong>Gérard Depardieu</strong> dopo tanti anni agli onori della cronaca per una performance cinematografica e non più per il solito scandalo (con <em><strong><a href="https://www.nonsolocinema.com/Mammuth-di-Gustave-de-Kervern-e_21415.html">Mammuth</a> </strong></em>prima e con l&#8217;agrodolce <a href="https://www.nonsolocinema.com/saint-amour-benoit-delepine-gustave-kervern.html"><em><strong>Saint Amour </strong></em></a>poi).<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-526230" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f1.jpg" alt="" width="3543" height="2362" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f1.jpg 3543w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f1-300x200.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f1-1024x683.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f1-630x420.jpg 630w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f1-1920x1280.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 3543px) 100vw, 3543px" />Per <em>I Feel Good </em>i due autori hanno invece optato per un protagonista ben meno impegnativo da gestire, il premiatissimo <strong>Jean Dujardin</strong>, qui nei panni del quarantenne fallito Jacques, che decide di voler diventare miliardario a tutti i costi aprendo un&#8217;agenzia che si occupa di chirurgia estetica<em> low cost</em>, i quali clienti sono selezionati tra gli ospiti border-line della comunità di recupero in cui lavora la sorella Monique (una bravissima <strong>Yolande Moreau</strong>). Come è prevedibile, l&#8217;impresa di Jacques finirà nel peggiore dei modi, in un surreale crescendo di follia che in alcuni momenti rasenta il <em>nonsense</em>. E nonostante non sia la prima volta che una commedia della coppia Delépine-Kervern (o in generale una commedia francesce o francofona, specie negli ultimi anni) rasenti la follia più pura, questa volta ai due registi potrebbe essere sfuggita la mano.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-526231" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f3.jpg" alt="" width="2304" height="1387" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f3.jpg 2304w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f3-300x181.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f3-1024x616.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f3-698x420.jpg 698w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f3-1920x1156.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 2304px) 100vw, 2304px" />E non perché <em>I Feel Good </em>sia uno dei film più assurdi mai proiettati, ci mancherebbe, ma piuttosto perché i due autori sembrano aver preferito perdersi tra dialoghi ridicoli, gag grottesche e personaggi al limite della malattia mentale degni del compianto Jimmy il Fenomeno piuttosto che dedicarsi non dico alla trama (ce ne sono di ben più scarne in film ben più apprezzabili) ma alla godibilità del film, come se la sceneggiatura fosse stata scritta incollando una serie di sketch non sempre felici a una storia che poteva essere sviluppata meglio. Un lato positivo del film è sicuramente il personaggio di Jacques, in bilico tra la stupidità e la pazzia, ossessionato da tutto ciò che è superficiale e dal successo nella sua accezione più vuota e più pop, tra libri di Bill Gates riletti cento volte e settimane passate nel garage a cercare di farsi venire un&#8217;idea geniale come Steve Jobs.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-526232" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f2.jpg" alt="" width="3543" height="2362" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f2.jpg 3543w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f2-300x200.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f2-1024x683.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f2-630x420.jpg 630w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/f2-1920x1280.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 3543px) 100vw, 3543px" />Un altro aspetto positivo sono alcune piccole trovate a livello visivo e scenografico, come l&#8217;immaginifica e coloratissima comunità di recupero (che sembra un campo nomadi disegnato da Ettore Sottsass) o le transizioni tra una scena e l&#8217;altra realizzate inquadrando cataste di oggetti di ogni tipo, da tazze rotte a orologi, a richiamare il patologico consumismo del protagonista. Certamente i due cineasti non avranno firmato il loro lavoro migliore e forse potevano sfruttare meglio un&#8217;idea che aveva del potenziale, anche se le occasioni per farsi scappare un sorriso o una risata ci sono tutte e i film  veramente brutti sono ben altri.</p>
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		<title>&#8220;Gangbyun hotel&#8221; di Hong Sang-soo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alvise Mainardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 09:24:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Festival]]></category>
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		<category><![CDATA[Hong Sang-Soo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non avrebbe senso contare quanti e quali film di Hong Sang-soo si sviluppano a partire da ambientazioni e contesti minimali nelle vicinanze del mare, di un fiume o anche solo di un ruscello. Per il regista coreano è metaforicamente il genuino rito di passaggio, quell filmare sempre una terra scivolosa sotto ai piedi, con un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non avrebbe senso contare quanti e quali film di Hong Sang-soo si sviluppano a partire da ambientazioni e contesti minimali nelle vicinanze del mare, di un fiume o anche solo di un ruscello. Per il regista coreano è metaforicamente il genuino rito di passaggio, quell filmare sempre una terra scivolosa sotto ai piedi, con un corso d&#8217;acqua che esprime un passaggio, uno scorrere che porta via tutto.</p>
<p>La simbologia immediata e <em>naïf</em> &#8211; come del resto in buona parte del cinema asiatico &#8211; non è chiccheria manieristica, ma il modo più vicino di avvicinarsi al senso del poetico, quel poetico che è la vita del protagonista sempre legato alle istanze materiali, per l&#8217;appunto, <strong>genuinamente</strong>. Vicino allo scrosciare delle correnti è anche la stessa persona di Hong Sang-soo, che presenta a <a href="https://www.nonsolocinema.com/tag/locarno-71">Locarno 71</a>, dopo l&#8217;avventura franco-tedesca, <em>Gangbyun hotel</em>, la seconda delle fatiche di quest&#8217;anno (l&#8217;altra è <em>Grass</em>) a ben tre anni di distanza dal Pardo d&#8217;Oro ricevuto per<em> <a href="https://www.nonsolocinema.com/right-now-wrong-then-di-hong-sang_32390.html">Right now, wrong then</a></em>. La <strong>struttura duplice</strong> si svela anche qui, non di tratta di un vero <em>sliding doors</em> quanto di <strong>due storie che si intrecciano rispecchiandosi ma rimangono fondamentalmente separate e opposte</strong>; sono le storie di un vecchio poeta che sentendo appropinquarsi la morte chiama al proprio capezzale i figli, e di una giovane donna (la solita Kim Min-hee, compagna-musa) che chiede il supporto di un&#8217;amica dopo la problematica conclusione di una relazione.</p>
<p><a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054307.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" td-modal-image aligncenter wp-image-526205 size-full" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054307.jpg" alt="" width="702" height="386" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054307.jpg 702w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054307-300x165.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 702px) 100vw, 702px" /></a>Tutti i film di Hong Sang-soo parlano di morte, della morte e del cinema nei suoi lati più silenziosi. Qui la prima viene tirata in ballo in modo diretto, ma è quello che resta a interessare il nostro, la miriade di avvenimenti che il poeta e la ragazza di lasciano alle spalle. Come nel malamente già accantonato<em> <a href="https://www.nonsolocinema.com/geu-hu-the-day-after-hong-sang-soo.html">Geu-hu</a></em>, quanto viene riportato sullo schermo non è altro che il risultato di un <em>filtraggio</em>, di <strong>frammenti isolati che passano attraverso le maglie</strong> filmate da <em>Hong Sang-soo</em> e vanno a formare la pellicola per <em>via negationis</em>. Più che un lavoro di sottrazione però il film è un lavoro sui rapporti &#8211; non quelli umani, ma intesi come tutto ciò che è relazione &#8211; che emergono da una vita qualunque presa ad esempio. <em>Gangbyun hotel</em> significa l&#8217;albergo presso il fiume, cioè il riparo fermo appena accanto a un modificarsi continuo, un&#8217;incertezza che non ha <em>ratio</em>, concetti, categorie. Per una volta viene affrontato un lemma estetico e teorico di petto, di una chiave interpretativa del suo cinema viene fatto cinema, trasportandone la dimensione a una realtà fattuale. Un &#8220;rapporto&#8221; è fatto soggetto dell&#8217;opera in una maniera tale da mettere in evidenza i <em>frammenti</em>.</p>
<p><a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054303.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" td-modal-image alignright wp-image-526204" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054303-300x165.jpg" alt="" width="350" height="192" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054303-300x165.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054303.jpg 702w" sizes="auto, (max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a>Il frammento è la connessione, la relazione, poiché a<strong> Hong non interessano i soggetti, le cose, ma il confusionario marasma di rapporti che i suoi personaggi instaurano l&#8217;uno con l&#8217;altro che così facendo si definiscono reciprocamente</strong>. Il poeta, come la donna, sono un insieme mai ordinato di frammentazioni legate fra loro ma non precisamente. Ragionando quindi più per linee che per i punti da esse collegate, in un cambio di prospettiva di grande forza, la semplice messa in scena in b/n che elimina le distrazioni così espone immagini prive di potenza visiva o di complessità, forzando qualunque spettatore a leggere il film nelle transizioni e nei collegamenti tra i suoi modesti affreschi piuttosto in questi ultimi. I due protagonisti infatti mettono in scena la più grande paura a cui vuole dare adito il regista, non tanto la morte quanto la figura mediante la quale essa viene vista, ovverosia la <strong>connessione effimera</strong>, quel cordone inutile che, sfiorandosi partecipando allo stesso film senza mai influenzandosi a vicenda, questi stabiliscono.</p>
<p>Per questo motivo ha mollato le varie decostruzioni più critiche, socialmente parlando, ed è ritornato a una non-narrazione più &#8220;esistenziale&#8221;, molto meno concreta in verità di quanto non appaia, permettendosi così di ritornare a trattare il tema che lo affascina dall&#8217;inizio della sua filmografia, quello della negazione, o dell&#8217;ignoto, detto volgarmente. La sua proverbiale ripetitività, cioè il fare sempre lo stesso film declinandone le variazioni, sondando le differenze nelle riproposizioni di un medesimo fattore, mette in luce un <strong>lambire quel mondo di dissoluzione</strong> dal quale i personaggi di Hong Sang-soo fuggono sempre. La morte è il farsi nulla delle relazioni, quindi, di tutte le tipologie di <em>costruzione</em>, cinema incluso, anzi, il primo incluso. Hong Sang-soo ci ricorda sempre che stiamo guardando un film, anzi è come se fosse lì con noi &#8211; in quest&#8217;occasione la sua presenza è anche fisica, nel corpo del figlio minore al quale attribuisce le sue fobie intorno al rapporto con l&#8217;altro (nella fattispecie quando rappresentato dalla donna) e riguardo all&#8217;essere regista, palese quando lo fa descrivere a uno dei suoi personaggi come &#8220;disciplinato, né un autore, né un attrattore di masse&#8221;. Questa consapevolezza ci rimanda al carattere più spurio del suo cinema, quello che vuole sempre essere <strong>comunione con lo spettatore, vuole insinuarsi nel carattere più intimo </strong>senza fermarsi allo s-montaggio intellettuale e concettuale.</p>
<p><a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054282.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-526203" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054282.jpg" alt="" width="702" height="386" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054282.jpg 702w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2018/08/1054282-300x165.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 702px) 100vw, 702px" /></a>Il cibo e l&#8217;alcol svolgono sempre quella stessa funzione &#8211; su cui non ha più senso spendere righe &#8211; fin dai primi corti sperimentali e bruttini. La funzione della convivialità, della dimensione che accorpa in un unico organismo i vari personaggi, catapultandoli in quel mondo artificiale che fa a sua volta da <em>corpo</em> anche al cinema, definito sempre come &#8220;quell&#8217;arte essenziale&#8221; dal sudcoreano, a metà fra contingente e l&#8217;essenziale in un <strong>territorio proprio</strong>. Le giornate che si ripetono uguali, appunto tra banchetti e generose bevute, non hanno a che fare con il tempo in sé quanto piuttosto con quel <strong>senso di imprigionamento</strong> (una nuova figura realmente recente, è riscontrabile negli ultimi tre lavori antecedenti a questo) che gli perviene dall&#8217;indeterminatezza inimmaginabile che sta al di là. Il montaggio alternato che illustra della lettura della poesia, una delle poche concessioni a quel tipo di elaborazione registica, ne evidenzia le pareti e le catene: i personaggi non escono quasi mai dallo hotel e quando lo fanno si stagliano contro una coltre di<strong> neve</strong> così bianca, via saturazione luminosa, che è impossibile per chi guarda comprenderne le dimensioni, ribadendo dunque l&#8217;<strong>idea di vuoto</strong>.</p>
<p>La poesia in questione parla di una misteriosa organizzazione che imprigiona le persone la cui ultima speranza riposa sul fatto che alcuni sembrano capaci di non essere soggiogati, mentre l&#8217;inizio e la fine parlano appunto di neve, incorniciandola. Non serve parlare del significato a cui si vuole alludere questa organizzazione (non a caso il velare, anche l&#8217;evidente, è uno degli espedienti di massima raffinatezza in questo tipo di film), esattamente come <strong>non serve ribadire come ogni film di Hong Sang-soo sia sempre da vedere </strong>almeno una volta, poiché al suo centro v&#8217;è sempre i<strong>l cinema, quello vero</strong>.</p>
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		<title>&#8220;Hatzlila&#8221; di Yona Rozenkier</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alvise Mainardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 08:41:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Locarno 71]]></category>
		<category><![CDATA[Cineasti del presente]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Rozenkier Yona]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel martedì dedicato ai &#8220;cineasti del presente&#8221;, trovano spazio, eccezionalmente e a discapito, per questa volta, del concorso ufficiale, ben tre opere prime. <em>Hatzlila</em> è l&#8217;ultima del terzetto e la più interessante fra di esse. Una pellicola capace di portare sullo schermo <strong>una visione più o meno inedita del conflitto israelo-palestinese</strong>, in quanto mostra gli effetti che questo ha su una famiglia. La famiglia in questione sono i Rozenkier, parenti stretti dello stesso regista che evidentemente ha preferito caricare maggiormente lo spirito autobiografico della sua opera usando attori non professionisti ma legati al fatto in sé, in quanto parte delle famiglia reale.</p>
<p>Sepolto il padre, i tre fratelli che vestono i panni dei loro genitori, probabilmente, si ritrovano dopo anni e tra loro si apre un conflitto potenzialmente mai rimarginabile nel momento in cui ritornano a galla le vecchie tensioni tra il fratello maggiore, partito per la guerra per primo ma congedato perché convintosi del fatto che rifiutarsi di combattere non significhi per forza codardia e quindi diventato un piantagrane all&#8217;interno dell&#8217;esercito, e il mediano, <em>macho</em> guerrafondaio, quando l&#8217;ultimo, il minore, riceve la chiamata alle armi.</p>
<p>Film compatto e altrettanto diretto, <strong><em>Hatzlila</em> è la descrizione semplice di quello che accade nella testa dei ragazzi costretti a partecipare alla guerra</strong> e a vivere quel momento come un rito di passaggio. La bravura di Rokenkier sta tutta nel mostrare, invece, il totale scollamento della mente dei tre ragazzi dalle ragioni stesse della guerra, che guardano a essa invece come fosse un&#8217;esperienza liminale da affrontare individualmente.La guerra ti definisce, come dice Itai, il fratello di mezzo, come uno che sa arrangiarsi o un codardo: <strong>non c&#8217;è più la visione politica e ideologica dell&#8217;andare a combattere, è un fatto che viene dato per scontato</strong>, quindi partecipare o non partecipare è un atto dovuto e inevitabile e va considerato solo come le singole persone ci vengono a patti.</p>
<p><strong>Il fratello minore, Avishai, è imprigionato all&#8217;interno di questa sorta di &#8220;gabbia ideologica&#8221;</strong>, al punto da avere più paura del parere della gente, di venire trattato come il primogenito, che dell&#8217;esperienza come soldato in sé. Itai (non) lo aiuta preparandolo sul piano tecnico e tattico alla guerra, spingendolo in una morsa soffocante dalla quale l&#8217;altro fratello cercherà invece di tirarlo fuori, di convincerlo che non c&#8217;è nulla di male nell&#8217;accettare di non essere dei macellai. La storia del trio non è altro, in fondo, che la cartina tornasole del disarmo culturale delle campagne israeliane, dove non c&#8217;è nessuna logica che spieghi quello che sta accadendo, e i giovani sono lasciati in balia dei propri timori fino al punto di <strong>individualizzare un fenomeno di portata globale</strong>.</p>
<p>Rozenkier racconta questa situazione drammatica, triste, facendo leva sui rancori di una famiglia disunita che fa da metonimia per tutte le altre, a cavallo tra litigi, momenti di distensione e le sequenze, tese e ben dirette, degli addestramenti, capaci di rivelare quella prossimità con la morte e il sudore che aleggia già prima della partenza per il fronte nonché tutta la rabbia repressa dei protagonisti. <strong>Lo sguardo del regista non è ovviamente distaccato</strong>, e ce lo comunica con la sua mdp nervosa, mai ferma, capace di girare intorno a personaggi offrendone un ritratto potente senza strafare, però. Quello che dà quel <em>quid </em>in più al film rimane però la <strong>direzione attoriale</strong>, che risente, come auspicabile, della comunione emotiva della vicenda. Finora l&#8217;opera prima più solida di <a href="https://www.nonsolocinema.com/tag/locarno-71">Locarno 71</a>.</p>
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