É un’opera prima l’unico film britannico presentrato all’interno del concorso internazionale del 70° Festival di Locarno, il grottesco dramma familiare Ray & Liz. A firmarla però è un artista già affermato in un altro campo, il fotografo Richard Billingham, che con questa pellicola decide di portare sul grande schermo i protagonisti di vent’anni di fotografie raccolte in numerose mostre e volumi, ovvero il padre alcolista e la madre obesa e violenta. Ambientato in una periferia britannica talmente cupa da intristire anche Shane Meadows o Ken Loach, Ray & Liz racconta attraverso due episodi principali la vita quotidiana di una famiglia che definire disfunzionale è dire poco, composta dall’alcolista Ray (Justin Salinger) e dalla irascibile fumatrice incallita Liz (Ella Smith), impegnati a crescere (si fa per dire) i tre figli. Il film si apre e si chiude con alcune riprese del vero Ray, anziano, intento a guardare dalla finestra tra un bicchiere e l’altro.

Per chi come il sottoscritto non fosse un appassionato di fotografia, Ray & Liz è senz’altro un’ottima occasione per conoscere le raccolte fotografiche di Billingham, che con una durezza e una aggressività visiva uniche raccontano quella che per molte famiglie invisibili ai più è la quotidianità, tra un alcolismo che fa da basso continuo e una serie di violenze domestiche al limite del grottesco. Trasformando questo racconto in un film di fiction (Billingham aveva già raccontato la sua storia in un film documentario, Ray, da cui sono tratti gli spezzoni all’inizio e alla fine del film) il fotografo e regista riesce, anche se in parte, a conservare quel mix di angoscia, assurdo e persino di tenerezza che troviamo nelle sue fotografie.

Dico in parte perchè, sebbene quell’atmosfera da uggioso block popolare inglese che possono ricordare i film del già citato Meadows non manca, a farsi sentire meno del dovuto è la mostruosità (intesa come anormalità, dato che nelle fotografie del Billingham sembrano quasi alieni, quasi zombie) dei suoi protagonisti, interpretati ottimamente dai rispettivi attori ma forse non esasperati a sufficienza in fase di scrittura. Billingham decide piuttosto di dedicare una parte sostanziosa del film a chi nelle sue raccolte fotografiche ha solo un ruolo marginale, vale a dire sè stesso e i suoi fratelli, in particolare il piccolo Jacob, protagonista della seconda parte del film in cui si racconta l’inizio della fine della famiglia Billingham, con l’intervento dei servizi sociali.

Altra pecca rispetto al confronto con l’opera fotografica dell’autore è il ruolo decisamente ridimensionato del padre Ray, protagonista indiscusso di alcuni degli scatti più allucinanti del fotografo inglese, che nel film si fa certo notare anche se rischia di cadere quasi in secondo piano rispetto ad altri personaggi (uno su tutti il fratello disabile mentale, interpretato dall’ottimo caratterista britannico Tony Way). Tuttavia, una regia ragionata, statica e attentissima alla composizione dell’inquadratura, e un sapiente montaggio logico riescono a mostrare le doti di Billingham come vero e proprio autore cinematografico non solo come cantastorie di periferia, alzando le aspettative per un eventuale prossimo film, magari su nuovi personaggi.