Dopo quadriennale silenzio Shinya Tsukamoto torna in Concorso a Venezia con Zan (Killing), suo primo film in costume che sotto cappa e spada mantiene inalterato il medesimo sguardo crepuscolare e pulsionistico sull’uomo, a spogliare i personaggi di quell’umanità che, forse, hanno solo creduto di possedere.

In un villaggio di campagna il samurai SawamuraTsukamoto sensei – si imbatte nel talentuoso ma impoverito spadaccino Tsuzuki – l’onnipresente Sōsuke Ikematsu –, proponendogli di unirsi alla squadra di guerrieri – ancora in fase di reclutamento – che sarà incaricata della sicurezza dello shōgun a Edo. Benché amareggiato al pensiero di lasciare i paesani, Tsuzuki accetta sennonché il giorno della partenza è colto da un malore. Come se non bastasse nei campi hanno preso a scorrazzare alcuni figuri, e la capitale militare diventa sempre più lontana.

zan (killing)

Se per Zhang Yimou Ying (Shadow) rappresenta un ritorno al wuxia, lo stesso non può dirsi per l’autore nipponico nei confronti del jidai geki. Ma già Nobi (Fires on the Plain) (2014), tratto dall’omonimo capolavoro della sensō bungaku di Shōhei Ōoka – adattato per il grande schermo già da Kon Ichikawa nel 1959 – suggeriva che qualcosa stava cambiando: lo spazio urbano, indiscusso protagonista – metafisico e fisico a fasi alterne – della sua filmografia, scompariva per cedere il passo al green inferno delle Filippine nell’ultima fase dell’occupazione. Qui ci si spinge ancora più indietro, fino all’occaso della classe samuraica in periodo Edo (1603-1868): non è il tempo dei vassalli e delle lotte intestine dei rōnin di Kurosawa, eppure Tsukamoto ce lo lascia credere, instaurando un dialogo con la tradizione per interromperlo nel momento in cui lo spettatore si è fatto un’idea sulla base delle sue conoscenze pregresse.

Inevitabile pensare a I Sette Samurai (1954) quando i primi brutti ceffi fanno capolino dalle risaie, con Sawamura che avrà sicuramente cura di difendere i poveri contadini, magari affrettando i suoi piani per mettere su una brigata. Ma nulla di tutto questo accade. Prende avvio da questo punto in poi l’opera di demitizzazione del genere da parte di Tsukamoto, che è di riflesso demitizzazione della nazione che in esso si è riconosciuta a partire dal secondo dopoguerra, nel tentativo di rinegoziare una nuova immagine di sé da mostrare al mondo. I banditi non si comportano come tali fino a quando i pregiudizi della “brava gente” non spingono uno di loro a un gesto sconsiderato, ingenerando una spirale di violenza che Tsuzuki era riuscito a evitare con il confronto dialettico.

Riemergono quindi i marchi di fabbrica del regista: macchina da presa inquieta e febbrile, fiotti di sangue e interiora, combattimenti all’arma bianca confusionari che violano diverse leggi della fisica, non tanto per amore dell’eccesso – su cui invece ha costruito la sua poetica Miike, per esempio – quanto della follia, che si propaga dal cuore degli uomini in ciò che essi plasmano. La tecnica e il potere aberrante di questa sono, ancora una volta, al centro della riflessione di Tsukamoto. Il bushi di campagna anela – lo dice chiaro e tondo – alla risolutezza nell’uccidere del bushi di città, cui prima manifestazione è quella lama assetata di sangue la cui forgiatura apre la pellicola: non a caso saranno proprio braci quelle sprigionate dalla ferita di Tsuzuki nello scontro finale, come se il suo corpo, nella smania di apprendere l’arte della carneficina, fosse diventato a sua volta un’arma. La spada di Sawamura è il cannone nel petto di Tetsuo.

zan (killing)

Il filtro del passato non basta infatti a oscurare quella che per Tsukamoto è una tensione aprioristica della nostra specie all’autodistruzione: nello scenario bucolico apparentemente fuori dal tempo dei nostri eroi, descritto con una fotografia a tratti persino antinaturalistica, è arrivata la notizia delle “navi nere” entrate in Giappone, pretesto per nuove paranoie – i viandanti da subito bollati come criminali – e frustrazioni – in primis di natura sessuale, come segnala l’onanismo ossessivo di Tsuzuki. La campagna di Edo cova il seme del male di vivere di Tokyo.

Nonostante le apparenze, Zan è cinema tsukamotiano all’ennesima potenza e denota un’evoluzione di non trascurabile entità – già adombrata nel suddetto Nobi – nel rapporto dell’autore con la Storia, il quale riesce a rinnovarsi senza tradirsi né tradire. Epifania, questa, che speriamo non sia destinata a esaurirsi nello spazio di un paio di pellicole.