Pupo di zucchero, un déjà vu

credits Nocera Ivan_AgCubo

Pupo di zucchero di Emma Dante è andato in scena dal 16 al 17 dicembre al Teatro Goldoni di Venezia e dal 18 al 19 dicembre al Teatro Verdi di Padova. Liberamente ispirato a Lo cunto de li cunti di Gianbattista Basile, lo spettacolo scritto e diretto dalla regista siciliana racconta la storia di un vecchio che il 2 novembre prepara un cibo tradizionale per onorare la festa dei morti. Il vecchio impasta “l’esca pe li pesci de lo cielo”, il pupo, una statuetta antropomorfa dipinta con colori vivaci. Nel frattempo, richiama alla memoria i suoi defunti, riempiendo la casa di ricordi e di vita.

Carichi di aspettativa per questo nuovo lavoro, ci siamo dovuti ricredere, constatando che Pupo di zucchero è un déjà vu, un mix tra Le sorelle Macaluso e La scortecata. Carmine Maringola, il vecchio, non è nulla di diverso dalla protagonista della cruenta fiaba di Basile. Come nelle Macaluso, anche qui ci sono una mamma francofona (Stephanie Taillandier), però più vecchia, e un giovane padre (Giuseppe Lino) che appaiono all’uomo anziano. Rosa (Nancy Trabona), Viola (Maria Sgro) e Primula (Federica Greco) giocano tra di loro sotto un grande lenzuolo, come capita alla protagonista della Scortecata quando va a letto col principe, e per il resto del tempo ricorrono al Tanztheater di Pina Bausch, con le capigliature lunghe mosse ai quattro venti. Ugualmente, la coppia zio Antonio (Valter Sarzi Sartori) e zia Rita (Martina Caracappa) si avvinghia come i suddetti genitori nelle Macaluso. Pedro (Sandro Maria Campagna) ricorda il tanguero de La Voix Humaine di cui Dante curò la regia anni orsono.

credits Nocera Ivan_AgCubo

Ogni personaggio entra in scena replicando movenze, gesti, parole che ne fanno un tipo, anime destinate a ripetere le stesse azioni all’infinito: il padre che dice solo “Ti amerò per sempre”, le sorelle che danzano nel perpetuum mobile, gli spasimi e le boccacce della morte, la mammina che richiama i figli. Se Le sorelle Macaluso, autentico capolavoro, riesce a muovere leve emotive molto profonde nello spettatore, Pupo di zucchero è una confusa meditatio mortis che non ne raggiunge lo stomaco, sia per la sua natura di già visto sia per la giustapposizione di scelte registiche poco convincenti. Manca una cura maggiore del filo della narrazione che rimane abbozzata e poco approfondita. Unica novità è l’uso, nella parte finale, di dieci sculture di Cesare Inzerillo che riproducono i cadaveri dei personaggi in scena. Portati dalle anime al loro ritorno nell’aldilà e appesi accanto alla croce al termine della festa, sono memento mori per l’unico sopravvissuto ed espressione anch’esse di una tradizione siciliana e non solo.

Applausi entusiasti da parte del folto pubblico alla prima del 16 dicembre al Teatro Goldoni di Venezia.

Luca Benvenuti