Un film profondo e delicato, sensibile e lieve, un modo davvero meraviglioso di trattare un problema reale e serio, che ha un nome pesante e astruso “disforia di genere”.
Aitor, otto anni, non accetta il suo nome e non gli piace nemmeno il soprannome di Cocò, si rifiuta di tagliare i capelli, si fa spesso la pipì nel letto e vuole sempre dormire nel lettone con la mamma.
La sua è una famiglia come tante, con una sorella e fratello un poco più grandi e con genitori impegnati tra il loro lavoro e i loro disaccordi, con l’intenzione di separarsi.
Nel villaggio basco dove Aitor è in vacanza con la famiglia (e dove infine li raggiungerà il papà) regna però un grande affetto ed esiste una solida rete di amorevoli nonne e zie.

“Da grande diventerò come papà? Non voglio!” dice singhiozzando il bambino alla mamma (Patricia López Arnaiz) che gli risponde con serenità che potrà diventare quello che vuole. La zia cerca di interessarlo al suo allevamento di api, tradizione di famiglia. E il piccolo paragona la famiglia delle api alla propria con ognuno il suo ruolo, ma vede se stesso come la regina. Giocando con una amichetta del luogo, si scambiano innocentemente i costumini da bagno. Durante i preparativi per la festa estiva di San Giovanni è attratto dalla statua di Santa Lucia che vede in chiesa e fa domande. Poi ci rimugina e confida al fratellino di volersi chiamare “Lucia”. Al contrario il desidero del fratello è che il padre non se ne vada di casa. E alla zia: “Se muoio posso rinascere come una bambina?”. La zia (Ane Gabarain) dissimula il disagio e lo sconcerto e risponde con il cuore: “Non hai bisogno di morire, tu sei già una bambina, una bellissima bambina.

La pellicola scorre su un filo di sofferenza continuamente in bilico, così come anche è metaforicamente simbolizzato dalla continua alternanza di lingue, lo spagnolo e il basco. La sofferenza è di Aitor/Lucía, creaturina taciturna e solitaria nella quale non possiamo fere a meno di immedesimarci, che si chiede “perché tutti gli altri sanno chi sono e io no?”. Ma si comprende anche il disagio, i dubbi, la immensa difficoltà e responsabilità degli adulti nel cercare il comportamento giusto e le risposte adeguate.
Può un essere umano così piccolo avere consapevolezza della propria sessualità? E quale potrà mai essere il comportamento giusto per dargli serenità e aprirgli la possibilità, in seguito, di fare scelte consapevoli? Quale peso hanno le figure e i ruoli rivestiti dai genitori e può essere determinante una figura paterna non accettata?
Queste e moltissime altre sono le domande che il film suscita nello spettatore, domande alle quali ovviamente non può e non deve rispondere un film. Sarà un caso, ma in tedesco, lingua nella quale tutti i nomi hanno devono essere o femminili, o maschili oppure neutri, la parola “Kind” è neutra e indica sia un bambino sia una bambina.


“Quello che spero, è che il mio lavoro nel cinema possa contribuire ad avvicinare posizioni che sono distanti – spiega la regista – e a far sì che ognuno possa conquistarsi lo spazio cui ha diritto. Ci sono concetti come vergogna, pudore e insicurezza sui quali abbiamo tutti ancora molto da capire. È meraviglioso poi osservare e ascoltare i bambini, perché hanno la capacità di farci vedere il mondo da un punto di vista diverso.”

E parlando di bambini va sottolineata la straordinaria prova attoriale della piccola Sofía Otero (Aitor/Lucía), che è di una credibilità commovente e ben ha meritato l’Orso d’Argento conquistato come miglior attrice alla 73° Berlinale 2023, alla quale il film è stato presentato e che ottiene anche il GILDE FILMPREIS, il premio nei TEDDY AWARDS e quello dei lettori del quotidiano BERLINER MORGENPOST . Si tratta del primo lungometraggio della regista Estibaliz Urresola Solaguren, nata a Bilbao nel 1984, un film che scuote psicologicamente e dall’impatto emotivo profondissimo, e che offre prova di grande impegno e capacità.