L’obiettivo dell’undicesima edizione di “Schermi d’amore” si è posato anche sul regista francese Bruno Dumont attraverso la proiezione dei suoi quattro film finora realizzati e lo svolgimento di una tavola rotonda che si è intitolata “Un’estetica della rivelazione – Il cinema di Bruno Dumont”.
Professore di filosofia, 49 anni, Dumont viene considerato l’erede laico del rigore stilistico di Robert Bresson e propone un cinema estremo, di grande impatto visivo.
Infatti, come ha spiegato Luciano De Giusti, docente di storia del cinema all’università di Trieste, “non si può restare indifferenti di fronte ad un film di Dumont, di solito ci sono opinioni molto estreme”. De Giusti accomuna Dumont ad un grande regista italiano: “come in Rossellini lo sguardo non vuole dimostrare, ma mostrare (e lasciare aperte più strade al senso) in modo spaesante”.
Un’altra caratteristica di Dumont è quella di non usare musica nei suoi film, gli unici commenti musicali sono all’interno del film, per il resto sono i rumori l’elemento essenziale, quasi enfatizzati a volte, seguendo l’intenzione di Bresson che diceva: “Bisogna che i rumori del mondo diventino musica”.
Renè Predal, professore di studi cinematografici all’università di Caen, ha messo in evidenza come Dumont sia l’unico regista che ha ottenuto per due volte il Gran premio della Giuria al festival di Cannes. Dumont l’ha vinta con il suo secondo film L’umanità nel 1999 e con il suo ultimo film Flandres (2006), ancora inedito in Italia.
Dumont ha grande considerazione in Francia dove viene considerato autore di tematiche spiritualiste, non religiose, ma pervaso di misticismo.
E su questo tema si è intrattenuto Padre Virgilio Fantuzzi, docente di Analisi del linguaggio cinematografico alla Pontificia Università Gregoriana e critico cinematografico della rivista “Civiltà cattolica”.
Padre Fantuzzi ha parlato del primo film di Dumont Le vie de Jesus diventato in Italia L’età inquieta e poi del secondo L’umanità e ha detto che “nei primi due film la salvezza è possibile, magari con un miracolo”. Il terzo film Twentynine Palms (presentato in concorso a Venezia) invece “mostra un mondo dove la salvezza non è possibile, c’è una perfetta metafora dell’inferno”.
Il pubblico ha manifestato grande interesse per l’opera di Dumont, soprattutto per Flandres che a Verona è stato presentato in prima nazionale. Un film intenso, ambientato nelle Fiandre, dove il protagonista si divide tra il lavoro nella fattoria e gli incontri con l’amica d’infanzia di cui è segretamente innamorato. Ma poi lui parte per la guerra e lei nell’attesa sfiora la follia. Opera di forti emozioni dominata dagli intensi paesaggi delle Fiandre.






