A sedici anni da “The seeds of love” Roland Orzabal e Curt Smith ritornano insieme con un disco dal titolo ironico. “Everybody loves a happy ending” sembra infatti suggellare l’amicizia di un tempo, dopo la rottura avvenuta nei primissimi Novanta.
E’ anche vero che Orzabal aveva portato avanti il marchio TFF con due dischi, rispettivamente del 1993 e del 1995, ma senza i risultati di pubblico (sulla qualità non ci sbilanciamo) ottenuti da The hurting (1983), Songs from the big chair (1985) e il già citato The seeds of love (1989).
Un gruppo degli anni Ottanta, certo, ma che può distinguersi da tanti altri per il livello musicale raggiunto e che forse cerca una rivalutazione diversa da quella, ad esempio, dei Duran Duran, perché meno vincolato ai criteri estetici (fisici e sonori) di un tempo o perché semplicemente sente di porsi come alternativa, pur restando nella grande autostrada del pop.
E’ proprio un omaggio al pop il loro ultimo lavoro, uscito tra l’altro con un anno di ritardo per problemi con l’etichetta distributrice. E in particolare un omaggio smaccatamente beatlesiano: questo il vero limite del duo di Bath che, in un’epoca che richiede sempre più sforzi “creativi” per essere originali, non fa altro che ripescare qua e là buone cose, senz’altro, ma sempre di ripescaggio stiamo parlando. Brani gradevoli (il singolo già sentito qualche mese fa “Call me mellow”) si alternano a momenti più intensi, comunque niente di indimenticabile.
Molto più interessante sarebbe vederli dal vivo, magari per riascoltare “Shout” e “Change”.





