“Così è un gruppo di contraddizioni la realtà, che le marionette conoscono più di chiunque nel loro essere schema estremo, ostinatamente connesso ad un altrove, e, in questo caso, nella particolare “grazia”, “charis”, che queste “Femmine” hanno in sé, e di cui accendono scene e spettatori”.
Con queste parole, in cui riappare la natura delle creature inanimate definite da Heinrich Von Kleist, Andrea Zanzotto descriveva il Gran Teatrino La fede delle femmine, fondato nel 1987 dalla musicista Margot Galante Garrone, composto dalla scenografa Paola Pilla e Margherita Beato, una giornalista esperta di illuminotecnica. La compagnia, che opera nel teatro d’animazione musicale, ha realizzato uno spettacolo visuale per marionette dedicato al Maestro di Pieve di Soligo, esperimento di micro teatro di rappresentazione della parola poetica su iniziativa del Centro Studi per la Ricerca Documentale sul Teatro e il Melodramma Europeo della Fondazione Giorgio Cini, e in particolare della Prof. ssa Maria Ida Biggi, che ha dato l’occasione alle artiste di impiantare il loro teatrino in una stanza posta accanto all’archivio di Eleonora Duse.
Margot Galante Garrone esordì come autrice e cantante col gruppo Cantacronache nel 1961, interpretò canti di militanza e protesta, compose versi e musica di canzoni di ribellione, producendo tredici dischi. Racconta di essersi appassionata al genere del teatro di marionette scrivendo le musiche di scena dell’opera Re orso di Arrigo Boito, eseguita dalla Compagnia Fratelli Lupi di Torino per la regia di Ugo Gregoretti, di cui era stata assidua spettatrice nel periodo infantile. Nel 1987 decise di fondare Il Gran Teatrino di marionette La Fede delle Femmine, citazione di un verso scritto dal librettista Lorenzo Da Ponte in Così fan tutte di Mozart: “È la fede delle femmine / come l’ Araba Fenice / che ci sia ciascun lo dice / dove sia nessun lo sa”, debuttando con lo spettacolo casanoviano Edoardo ed Elisabetta viaggio al centro della terra nel paese dei Megamicri, accompagnato dalle musiche di Baldassarre Galuppi. Margot costruì un teatrino a casa sua, per prove e rappresentazioni rivolte a due, tre spettatori per volta. Comprese l’esigenza di mettere in scena con fantasia una serie di collage musicali per far da supporto ad adattamenti di testi letterari difficilmente rappresentabili con i canoni del teatro di prosa. La compagnia ha girato l’Italia con 25 rappresentazioni prettamente musicali (tra cui La Lettera scarlatta da Nathaniel Hawthorne, Il caso freudiano del Presidente Schreber, La torre di Hölderlin, Il volo di Lindbergh su testo di Bertolt Brecht con musiche di Kurt Weill e Paul Hindemith), e 200 marionette realizzate a mano.
Lanternina Cieca, dedicato a Zanzotto, è il primo percorso della rassegna L’ Après midi d’un poète, che affronterà in futuro in maniera analoga l’opera di altri poeti.
Lo spettacolo Lanternina cieca andato in scena alla Fondazione Giorgio Cini nel mese di maggio 2012 è il primo percorso della rassegna L’ Après midi d’un poète, che dopo l’opera dedicata a Zanzotto, prenderà in esame altri poeti attraverso la composizione di letture di poesie e montaggi video. “La creazione” spiega la regista “utilizza la parola, ma in genere essa non è parte dell’orchestrazione dei balletti pantomimici che caratterizza la poetica e la produzione artistica del gruppo, trattandosi di spettacoli con 10 – 12 marionette che devono andare a ritmo musicale”. L’opera faceva parte di “Woods as wood and wood“, uno spettacolo del 1997 composto da parole tratte dai paesaggi estivi di Shakespeare e quelli invernali di Zanzotto, strutturato scenograficamente in simmetrie, da cui è stata estrapolata la parte centrale. Il video che compare in apertura dello spettacolo testimonia il forte legame di amicizia che ha unito il poeta alle artiste de Il Gran Teatrino. “Le poesie di Andrea Zanzotto sono molto complesse, difficili da sceneggiare e strutturare in uno spettacolo visivo. Lanternina cieca è stata scelta da lui perché rappresentabile, narrativa, evocativa, trasferibile sulla scena. Gliela abbiamo fatta recitare e registrare, inserendo successivamente una musica tratta dall’opera The Fairy Queen di Henry Purcell diretta da Benjamin Britten” fa capire Margot Galante Garrone. Il testo di questa poesia ha consentito di costruire uno spettacolo caratterizzato da una corrispondenza tra la parola e l’immagine. Lo schema narrativo è stato elaborato dai temi paesaggistici della poesia di Andrea Zanzotto, presenti nella prima fase dell’opera di “Dietro il paesaggio” (1940-48) e “Pasque” (1973). Da Pasque, una raccolta di testi poetici che affronta la dicotomia tra il sapere pedagogico – didascalico e quello esperienziale – naturalistico, è tratto il poemetto “Lanternina cieca”, testo base presentato in una lettura-recitazione del poeta stesso nel video che introduce lo spettacolo, montaggio di diversi materiali eseguito nel 2011, dopo la sua scomparsa. Il filmato contiene alcune delle riprese eseguite da Margot Galante Garrone in diverse occasioni: Zanzotto è ritratto di profilo mentre passeggia tra gli alberi autunnali dei boschi, siede nello studio della sua casa di Pieve di Soligo, scompare tra le colonne dell’Abbazia di Follina (vestendo i panni del padre di Giovanna D’Arco per un video che doveva costituire una sorta di fondale nello spettacolo La più brutta opera di Giuseppe Verdi). Nei fotogrammi che si succedono, la voce registrata del Poeta racconta l’infanzia tra le suore, i ricordi che come spine rievocano il mistero di luce da cui sono usciti i colori del mondo, le visioni degli occhi di inusitati esseri umani come gli insetti, la ruggine sotto il sole: spleen, allusione malinconica alla baracca del teatrino collocata di fronte a una decina di spettatori raccolti. Il sipario di ferro che nasconde la Petit Boîte è perforato da un buco, simile alla lente di un telescopio che rivelerà la terribile stellarità dei luoghi di Andrea Zanzotto.
_ Quando la cortina rigida e compatta si alza, appare un quarto di luna su uno sfondo stellato, che illumina un bosco di alberi disposti simmetricamente, e si ode la voce del poeta che recita Lanternina cieca, pura enunciazione di un soggettivo vocabolario fonetico che reintegra lo scavo nella materia linguistica, un livello dell’esperienza verbale che rende vitale il paesaggio plastico della scena. Si addentra, ondeggiando, una zattera guidata da due traghettatori di legno, illuminata dalla luce di un piccolo fanale applicato sull’armatura, seguita in sequenza dal passaggio di un carro, su cui sono posati dei fiori rossi. La corrispondenza cromatica è ripresa da un’intensa luce scarlatta puntata su una grande testa di marionetta che fa il suo ingresso: è l’idolo del Poeta, che avanza fasciato dal cielo di stelle e poi scompare, per camuffarsi e sdoppiarsi tragicamente nella figura di un agnello sacrificale, l’animale sacro di Dioniso e il simbolo del suo riscatto vegetale. S’addentra in scena una figura con il grosso volto rugoso di una strega dondolando una lanterna, quasi a interpretare i versi in cui Neta “Lei altissima in nero “, e Lui “Toni-oci/ meno/buio” sono così descritti: “cellule luci dondolano Lui/ Lei Lei con Lui della lanterna il lusso fruga e glissa /per mondi di neve e di stelle”, e in una modalità di esecuzione che ricorda l’indicazione espressiva musicale del legato, sospinto fino al proscenio ricompare il carretto con le rose rosse. Appare la testa dell’agnello mozzato e nuovamente la marionetta del Poeta che muove il braccio di legno, evocando il suo essere complemento del paesaggio, ma forse ammonendo contro la devastazione dell’ambiente e delle coscienze rivelata nella sua scrittura, in “un’intensa nostalgia per il momento eroico del poeta come legislatore, sacerdote e agnello da sacrificio” citando un pensiero scritto da Fortini. Il paesaggio si trasforma in una piattaforma imbiancata sotto l’occhio della luna, “in interminati concili di nevi e geli/, in reti di neuroni e sinapsi astrali/ in piste riscontri viraggi di nevi su nevi”, per poi mutare in un manto verde, il tappeto sopra cui incede la marionetta del Poeta indossando il proprio cappello, per danzare con la lanterna, l’indicativo del suo poetare in un momento di passaggio come la Pasqua, cornice della composizione in cui il soggetto, l’Io – uovo, si appella all’origine della sua stessa comunicazione.
La lettura registica asseconda l’intenzione del Poeta orchestrando con rigore e mestiere mezzi espressivi e codici di comunicazione.
Lo spettacolo è strutturato su una costruzione visiva, concettuale, fenomenica, lirica e sonora, per cui la scrittura scenica del Gran Teatrino segue il rifiuto drastico della forma del discorso e assume la funzione linguistica primaria che Zanzotto attribuiva al significante, intuito esso stesso come depositario e produttore di senso, espressione di una poesia indipendente dall’alienazione sociale che si manifesta con la langue. Il testo poetico non risulta illustrato poiché, in assenza di parola, la sua forza è espressa dalla materialità della creazione plastica e pittorica: la cromaticità d’insieme composta dai mutamenti paesaggistici della scenografia naturalistica, il coinvolgimento emozionale prodotto dalle sorgenti luminose che incidono sulle marionette, colpendole intensamente di taglio nella loro matericità oppure per effetto (penso alla luce chiave di colore rosso e a quella apposta sulla zattera, che rafforza la funzione drammaturgica delle sculture in moto delle figure), in simbiosi artistico – interpretativa con il segno della lanterna, attorno a cui ruota tutto l’universo di suggestioni della lirica zanzottiana. L’orchestrazione registica paratattica si esprime in un prodigioso accostamento simmetrico degli elementi naturali, boschivi e climatici, che descrivono lo scenario, un apparato scenografico entro cui è animata con precisione la scansione geometrica delle azioni minimali degli attori di legno. Il moto di entrata e uscita delle marionette, l’emblematica apparizione del carro e dell’agnello, manifestano il principio terreno della loro resistenza, la tangibile esistenza di ciò che il Maestro individuava nella labilità dell’io, degli enti, del processo storico, nella sillabazione grammaticale del suo stile poetico. La stoffa dei costumi artigianali creati da Marco Baratti è caratterizzata da un particolare spessore, originato dagli strati, le pieghe, i grumi di tessuto che caratterizzavano i ritratti fotografici del poeta, sofisticata operazione di semiotica teatrale. Alla fondamentale definizione di un linguaggio onirico interviene anche la miniaturizzazione del teatro per musica espresso dalla scelta della colonna sonora, la musica barocca di The Fairy Queen di Purcell, tratta dal Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, diretta da Benjamin Britten, abile compositore della parola scenica. Se l’idea shakespeariana di creazione si esprimeva nell’incarnazione di un Poeta che sapeva attingere ai sogni e diffonderli, questo spettacolo de Il Gran Teatrino, permeato di stile elegiaco, supera con chiaroveggenza lo stereotipo megalomane del poeta e il pericolo di ridurre la regia all’animazione di un presepe meccanico.






