venerdì, Luglio 31, 2026
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“Memento Domine. Le verità negate sulla tragedia del Sud fra Borbone, Savoia e briganti” di Dora Liguori

La "mancata presa" di Potenza

Dora Liguori, docente di canto nei conservatori, è stata l’attiva sostenitrice, promotrice e artefice della legge 508/99, legge che ha consentito di collocare le accademie, i conservatori e gli isia nell’ambito del comparto dell’università e della ricerca scientifica. Attualmente è presidente del Consiglio Nazionale Arte e Musica (CNAM), organo consultivo del M.I.U.R. Nel 2003 ha pubblicato Memento Domine. Le verità negate sulla tragedia del Sud fra Borbone, Savoia e briganti, Edizioni A.C.M.

Memento Domine è un libro molto bello e, soprattutto, avvincente. Solitamente non leggo romanzi, ma devo riconoscere che questa è stata una lettura coinvolgente per diversi motivi.
In primis è interessante per le precise e oggettive ricostruzioni storiche che si possono ricavare dalla interessante introduzione scritta dalla stessa autrice. Dora Liguori è partita, infatti, da documenti storici, o meglio, per essere più precisi, da ricerche archivistiche. A questo punto avrebbe potuto continuare tracciando e impostando uno studio secondo questi requisiti storici appunto. Umilmente, non essendo una storica di professione, ha deciso, invece, di optare per la stesura di un romanzo, lasciandosi andare a quella sua naturale verve narrativa che si ha l’occasione di assaporare leggendo il suo libro.

Nonostante la fantasia e l’invenzione che certamente non le mancano, il punto di partenza è un fatto reale accaduto all’indomani dell’occupazione delle truppe sabaude del Regno delle due Sicilie, e la conseguente acclamazione dell’Unità d’Italia del 1860 e ciò le consente di intervenire su episodi della nostra storia recente, spesso fraintesi e poco noti, addirittura misconosciuti e alterati nei libri scolastici nei quali ci siamo formati e che, per quanto concerne il sud, non hanno effettivamente mai abbondato di riferimenti più precisi e oggettivamente corretti.

Il tutto è ambientato attorno a un episodio ben preciso, l’assedio di Potenza, del 1861, o meglio la “mancata presa” di Potenza dove, secondo un progetto prestabilito, si poteva delineare la concreta possibilità di restaurare la monarchia borbonica nel sud. Alla fine i Borbone, soprattutto dal popolo che negli anni rimase loro più fedele, erano più amati dei Savoia. I piemontesi si erano brutalmente impossessati delle ricchezze di quelle terre, vedi soprattutto le casse aurifere del banco di Sicilia, del banco di Napoli e delle stesse popolazioni, senza concedere nulla in cambio, se non privazioni e povertà.

La narrazione si delinea come quella di un film d’avventure e, infatti, uscirà presto una versione cinematografica del romanzo, in cui agenti segreti, spie, idealisti e canaglie, intrighi massonici – si pensi concretamente al progetto inglese di far nascere uno Stato Italiano, con l’appoggio di Lord Palmerston e del gran maestro Albert Pike e i loro concreti interessi a impossessarsi dello zolfo siciliano – si avvicendano nella trama che alla fine, però, si conclude con un nulla di fatto, o meglio con i piemontesi che incontrastati impongono la loro supremazia e il loro potere sulle terre da loro occupate. La storia è ambientata nello splendido scenario del paesaggio compreso tra la Campania e la Basilicata: alcune “scene” hanno come sfondo suggestive sedi come la bellissima Certosa di Padula, recentemente – voglio qui ricordarlo – trasformata in percorso museale d’arte contemporanea, curato dal critico Achille Bonito Oliva. E poi vi sono i briganti – basti pensare al loro capo, vale a dire al noto Carmine Crocco Donatelli che assieme al calabrese Mittica imperversavano in quei luoghi – accampati nei boschi di queste terre. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di sbandati costretti a fare i briganti perché reduci dalle illusioni e dalle promesse dell’ex esercito garibaldino; soldati del regolare esercito borbonico rimasti senza più alcun riferimento; e infine gente comune che credeva ancora in una realtà migliore al di là di un nuovo sfruttamento.

Scene, comunque, di massacri e di devastazione da entrambe le parti, a volte espresse con una crudeltà inaudita che lascia ancora increduli su tanta efferatezza, si considerino le violenze perpetrate dai briganti, ma anche a quelle, non meno cruente, commesse dalle truppe piemontesi, come le stesse soppressioni approvate dal governatore sabaudo Cialdini e dal generale Pinelli. Insomma un’Italia unita che ha offerto ben poco ai meridionali che hanno pagato, – e ne pagano ancora le conseguenze, – una triste condizione di sfruttamento, non essendosi più riavuti da una così difficile realtà nei confronti della quale hanno dimostrato di non possedere alcuna fiducia di recupero. Entrando in merito allo specifico dell’intricata trama dove non manca nemmeno il colpo di fulmine provocato dall’innamoramento della baronessa Normanno nei confronti dell’agente segreto, marchese Valleloid, proveniente dalla Spagna, il racconto costituisce, alla fine, un pretesto per cercare di rappresentare nel modo più oggettivo possibile la realtà meridionale alla luce di quegli storici eventi, in cui i misfatti non erano compiuti dai soli briganti ma anche dalle truppe regolari sabaude e in più per cercare di cogliere i lati negativi, ma anche positivi, degli ex regnanti della casa dei Borbone che non tornarono più, quali legittimi re, nelle loro terre.

La Regina Maria Sofia, nata Wittelsbach, più che suo marito, il Re Francesco II, figlio fra l’altro di Cristina di Savoia, fu l’artefice del piano segreto che doveva portare alla restaurazione borbonica nel sud, progetto poi fallito e che è diventato l’oggetto del romanzo di Dora Liguori. E’ sicuramente molto interessante come l’autrice riesca a tracciare quello che io definisco il cambio della guardia tra un agognante società aristocratica in netto declino per i repentini cambiamenti epocali e sociali, e il nuovo ceto dei nouveaux riches che cercò di soppiantare la precedente casta, ma priva dello stesso slancio e soprattutto incapace di vivere allo stesso livello anche quando tentò di mescolare il sangue attraverso unioni matrimoniali che non consentirono di coniugare con esiti positivi la nuova ricchezza con la nobiltà di sangue. Tale racconto, tratto da una storia vera, documenta una realtà come quella del sud che può riservare una ricchezza di studi ancora inesplorata per i suoi archivi, per la sua storia e per la sua arte: sicuramente il sud, al di fuori di ogni logica campanilistica, vanta risorse patrimoniali non indifferenti che prima o poi dovranno essere riprese in considerazione; e già si sta invertendo tale linea di tendenza negli interessi degli studiosi, come ampiamente lo dimostra il romanzo di Dora Liguori.

Edizioni A.C.M., Matera – Roma 2003, pp. 297, € 13,00