Rudolf Nureyev rivive a Ravello: il tributo tra (tante) eccellenze e (pochissimi) difetti

Il Mito e la Passione nella cornice del Belvedere di Villa Rufolo

Rudolf Nureyev. Tutto il mondo conosce il più grande danzatore che la storia abbia mai avuto ed è stata, forse, proprio questa la sua migliore capacità: raggiungere tutti, trasversalmente. Far conoscere l’universo di Tersicore senza distinzione d’età, luogo di nascita o classe sociale. La prima “stella pop” del balletto che continua a brillare immortale è quella del “Tartaro Volante”, dinanzi al cui nome ancora oggi non possiamo che inchinarci.

Sono passati vent’anni da quando Nureyev non c’è più, consumato da quello che sarebbe poi passato alla storia come il “male del secolo”: l’AIDS. Un anniversario che non poteva passare inosservato e che da più parti è stato commemorato con diverse iniziative in suo onore.
-L’estate coreutica, in particolare, ha potuto godere in un galà internazionale di danza a cura di Daniele Cipriani con la consulenza artistica di Valeria Crippa. Dopo il debutto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, “Tributo a Rudolf Nureyev: il Mito e la Passione” ha fatto tappa il 30 luglio al Ravello Festival, con un cast meno “stellare” ma con l’intento di permettere al pubblico, ancora una volta, di “assaggiare” Rudy, mettendo in scena alcune delle sue coreografie o mostrando i principali ruoli che gli hanno conferito il maggior successo.
-La domanda da porsi dopo aver assistito ad un gala celebrativo è, quindi: lo scopo è riuscito? Abbiamo visto ancora Nureyev o il tentativo è miseramente fallito? In questo preciso caso, la risposta è: in larghissima parte.

Ottimo il programma, conciso e selezionato, diviso in due parti, in modo da consentire anche ai non amanti del balletto di “prendere fiato” e non avere il tempo di annoiarsi. Suggestivo il fondale, unico elemento scenografico, sul quale scorrevano immagini del Nureyev in piena forma insieme ad alcuni dei suoi più celebri aforismi. E i danzatori? Bisogna fare delle dovute differenze.

Il sipario si è alzato (metaforicamente, giacché il palco del Belvedere di Villa Rufolo è all’aperto, con vista mozzafiato sulla costiera) con La Sylphide (coreografia di Auguste Bournonville). Splendidi Ashley Bouder e Joaquin De Luz, dal New York City Ballet. In particolare lui, dal fisico possente e dai bei salti, rende onore a Rudy senza volerlo imitare. Lei, invece, dà il meglio di sé nell’altra suite che li vede protagonisti nel corso della seconda parte: Diana e Atteone (coreografia di Agrippina Vaganova). Bella, agile, precisa e perfettamente nel ruolo come solo le brave attrici sanno fare, mostra tutta la modernità di un balletto strutturato ormai quasi 80 anni fa.

Ma la medaglia d’oro spetta a Maria Yakovleva e Denys Cherevychko: immensi nei frame delle coreografie per due dei maggiori titoli della danza classica che Nureyev rivisitò da coreografo, il Don Chisciotte e Il Lago dei Cigni . I due principal dell’Opera di Vienna non hanno avuto la minima indecisione o sbavatura. Carismatici e decisi nel passo a due del terzo atto del Don Q, delicati e struggenti in quello del cigno bianco. Singolarmente eccellenti, raggiungono la perfetta sintonia e forza espressiva quando sono insieme.

Altrettanto non è possibile affermare, tuttavia, della terza e ultima coppia che si è esibita nel repertorio classico. Parliamo dei solisti del Kirov – Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, interpreti di una suite da La bella addormentata prima e da Le Corsaire dopo. Vladimir Shklyarov ce l’ha messa tutta per nascondere le magagne della sua partner, Maria Shirinkina, ma non c’è riuscito. Ha dimostrato tutto il suo valore nelle variazioni maschili, con un’ottima interpretazione del principe Desirèe e un’ancora migliore esibizione del corsaro Conrad. Ma in coppia ha dovuto riparare più volte agli scivoloni della Shirinkina rompendo sinergia e complicità, e mostrando palese preoccupazione.
-Non sappiamo se ci sia stato qualche problema di tipo “tecnico” alle calzature o alla superficie del palco e, ricordando le perfette esecuzioni di chi l’ha preceduta, nemmeno ci interessa. La Shirinkina non ha mostrato di possedere il minimo sindacale dell’equilibrio che una guest star per una simile occasione dovrebbe garantire. Ha toppato clamorosamente entrambe le chiusure delle code, sia come Aurora che come Medora, e pasticciato con i piedi la preparazione alle pirouettes di quello che doveva essere il “gran finale” del passo a due del Corsaro, quello che maggiore lustro ha dato a Nureyev insieme alla sua partner prediletta, Margot Fonteyn.
-Di luminoso, la “stella” del Kirov, aveva solo il diadema sulla testa.

Comunque, non solo punte, per ricordare Rudy.Il pubblico è stato entusiasta di Oscar Chacon (Bejàrt Ballet di Lausanna) e Friedemann Vogel (Balletto di Stoccarda) e della loro interpretazione di Chant du compagnon errant , per coreografie di Maurice Bejàrt. Elastici, grintosi ma allo stesso tempo eterei, rendono onore sia all’immenso ideatore della sequenza che ai danzatori per i quali era stata cucita addosso: Paolo Bortoluzzi e, naturalmente, Rudolf Nureyev.

L’unico assolo della serata è invece interpretato anche dall’unico italiano, Maurizio Nardi, della Martha Graham Dance Company. Il suo Lucifer , su coreografia originale della stessa Graham, è possente e virtuoso. A patto che non si cerchi di sovrapporne l’immagine alla fisicità che fu di Nureyev, ma non per demeriti del Nardi, quanto piuttosto perché quella era il “marchio di fabbrica” di Rudy e ad ogni confronto chiunque si proponga sfidante risulta perdente. Soprattutto se sotto il mantello l’unico capo d’abbigliamento è un micro-slip rosso fuoco. Nel complesso, ottima interpretazione e sincero tributo del primo ballerino di una delle compagnie più prestigiose al mondo.

Un bilancio finale tutto sommato positivo, anche se non sono ancora chiari i motivi delle illustri defezioni a Ravello a soli due giorni di distanza da Roma. Niente Lucia Lacarra, niente Giuseppe Picone, per citarne due tra le altre. In compenso, pubblico più che soddisfatto.

«Finché si danzeranno i miei balletti sarò vivo», diceva Rudy. Ci permettiamo di aggiungere: finché grazie al suo nome e operato anche solo un individuo deciderà di approcciarsi alla danza, la sua stella non smetterà mai di brillare.

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