“SONGS FROM THE LABYRINTH” di STING

Ci si domanda con una frequenza sempre maggiore quale sia il destino della musica pop rock e, soprattutto, dei suoi esponenti che hanno superato la mezza età: ormai ricchi e privi di urgenze creative, vivono sfruttando il mestiere e la loro immagine, consegnando al pubblico prodotti qualitativamente gradevoli ma al tempo stesso terribilmente piatti e prevedibili. Sting (e, a onor del vero, altri come lui negli ultimi anni) tenta una risposta giocando la carta della riscoperta del classico.

Dobbiamo ammettere che ormai accoglievamo con una certa irritazione i soliti “remix dancerecci” del pungiglione di New Castle e il fastidio aumentava per il fatto che il nostro aveva dimostrato più volte di poter sfruttare le sue doti, canore in primo luogo, anche in contesti insoliti: si pensi alla collaborazione con l’orchestra di Gil Evans (consigliamo una delle tante versioni del live a Umbria Jazz del 1987) e alle interpretazioni di standard come Round Midnight (con l’ex compagno dei Police, il chitarrista Andy Summers).

Ecco giungere la notizia di un disco “strano”, Songs from the Labyrinth: l’interpretazione di una selezione di brani di John Dowland (1562-1626): cantore, autore, liutaio – alcuni azzardano la definizione di cantautore ante-litteram – che girò le corti europee e compose alcuni Booke of Songs nonché pezzi per ensemble strumentali.
L’etichetta che suggella l’operazione è di per sé una garanzia: la Deutsche Grammophon. Lo accompagna un liutaio di grandi capacità tecniche e interpretative: Edin Karamazov. Insomma: un incubo per chi è abituato alla gradevolezza della musica leggera e non vuole certo avventurarsi nell’arte del ‘600. Possiamo tranquillizzare tutti: la piacevolezza dell’ascolto si può trovare anche in questo disco di 48 minuti, in cui le canzoni sono intervallate dalla letture di alcune lettere dello stesso Dowland, che se da un lato possono sembrare un mero riempitivo, dall’altro hanno il merito di accrescere l’atmosfera rinascimentale. La voce di Sting, in un contesto spoglio e privo di eccessi, non può che risaltare: da sottolineare l’impiego delle sovra-incisioni per interpretare – ottimamente – le diverse parti vocali in Can She Excuses My Wrongs e Fine Knacks for Ladies.
Non piacerà a tutti, e certo Sting lo deve aver messo nel conto, anche se la sua sopravvivenza economica non dipenderà dai risultati di questo lavoro. Alcuni lo hanno definito “dal sapore new age”, altri contestano la scarsa attinenza tra autore e interprete. Noi siamo convinti di una cosa: Sting non sarà perfetto ma è indubbiamente bravo, e se grazie a lui conosciamo un po’ di musica del ‘600…ben venga.