La Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro targata 50+1 ha proseguito positivamente il percorso di approfondimento dedicato al cinema russo contemporaneo e in particolare alle opere firmate da autrici donne, iniziato nelle scorse edizioni, con la sezione Sguardi femminili russi a cura di Olga Strada con la collaborazione di Giulia Marcucci. Quest’anno, in linea con la retrospettiva che la Mostra ha dedicato agli esordi prodotti in Italia dal 2010 al 2015, la sezione russa ha proposto un programma di opere prime, differenti per linguaggio (finzione, documentario, animazione) e per lunghezza (corti, medi e lungometraggi).
Tra le opere presentate merita una particolare segnalazione il lungometraggio Kak menja zovut (Name me / Dammi un nome) della trentenne Nigina Sajfullaeva, un dramma in parte autobiografico sul rapporto padre-figlia. Il protagonista è un attore affermato, Kostantin Lavronenko (già visto in Il ritorno di Andrei Zzyagintsev), e due sorprendenti giovani interpreti, Marina Vasileva e Aleksandra Bortič (scoperta dalla regista con un provino).
Il film sta avendo un grande successo in patria e racconta la vicenda di due diciassettenni moscovite, Olja e Saša, che vanno in Crimea a conoscere il padre di Olja, L’uomo ha vissuto tutta la sua vita in un piccolo villaggio sul mare e non ha mai visto la sua unica figlia. Ma al momento dell’arrivo Olja si spaventa e chiede all’amica di invertire le parti e qui cominceranno le complicazioni.
La regista, che ha alle spalle studi di storia dell’arte, regia e sceneggiatura e ha già girato diversi cortometraggi, ha parlato sul significato di cinema ‘al femminile’: “Lo scorso anno in Russia abbiamo assistito a un vero e proprio boom di film girati da donne, e anche da noi si è parlato molto di sguardo ‘femminile’, tanto che alcune temono di essere segregate in un ghetto dettato dal genere. Noto che le donne affrontano spesso temi più intimisti e sono molto attente alla psicologia dei personaggi, e, rispetto agli uomini, trattano il sesso in maniera più libera, ma non credo che ci siano reali differenze tra la regia maschile e quella femminile”.
Da citare anche Sofja Cernyševa, studentessa ventiquattrenne del VGIK, che ha presentato, invece, un mediometraggio, Konec epochi (La fine di un’epoca), ambientato nell’Unione Sovietica degli anni cinquanta, dove la vita di una giovane dottoressa viene resa difficile dalla propaganda antisemita e dalla repressione. Con Tamara Dondurej e il suo 21 den’ (21 Days / 21 giorni) il passaggio è verso il documentario, quei “ventuno giorni” sono il tempo massimo che i malati terminali possono trascorrere in una casa di cura. L’autrice, critica cinematografica e d’arte, ha studiato presso la scuola di cinema documentario diretta da Marina Razbežkina, che di questa opera è anche produttrice. All’interno degli Sguardi femminili russi è stato proposto anche un breve cortometraggio d’animazione, Letajuš ij mal’ ik (Il bambino volante) di Evgenija Žirkova, 29 anni. L’autrice, che ha studiato la tecnica dell’animazione a pupazzi, racconta la storia di un bambino straordinario capace di volare.






