Che il Minotauro della mitologia greca avesse un nome, Asterione, è un fatto poco noto, una curiosità con cui potreste rompere il ghiaccio alle feste. Lo sapeva perfino Jorge Luis Borges, che nel racconto “La casa di Asterione” (presente nella raccolta “L’Aleph” del 1949) parla dell’abitante-prigioniero di una casa labirintica, per poi rivelare come “twist” finale che si trattava del Minotauro.

Il finale del racconto di Borges appare a schermo all’inizio di “Asterión“, il cortometraggio muto di Francesco Montagner, prodotto in Repubblica Ceca dal regista trevigiano e proiettato all’Edera Film Festival 2024. Il film riflette sulla dicotomia tra uomo e natura, mai più evidente che nella controversa usanza spagnola della corrida.

Un toro disperato, in un’arena che sembra un quadro di De Chirico, va a sbattere ripetutamente contro le pareti. Non vediamo mai il matador in azione, ma sta di fatto che l’animale ha vita breve. Il resto del film mostra un imbalsamatore alle prese con la possente carcassa del toro. Nel suo meticoloso lavoro, l’uomo, mai inquadrato in volto, sembra quasi dimostrare amore per l’animale ucciso. Alla fine, in piena continuità con il realismo magico di Borges, l’imbalsamatore diventa come un novello Frankenstein, quando applica la testa del toro su un corpo umano, per creare un Minotauro reale.

Il film non ha sonoro, ma in compenso punta moltissimo sulle immagini: non veniamo risparmiati dal vedere il toro scuoiato e decapitato dall’imbalsamatore che allo stesso tempo lo accarezza, come se l’unico modo che ha l’umanità per gestire una creatura così potente e selvaggia, non potendo amarla come vorrebbe, sia ucciderla. Il rapporto di amore-odio per il toro è rispecchiato anche nel titolo inglese del corto, Taurophilia.

Asterión” è un cortometraggio intenso e coinvolgente nonostante la totale mancanza di sonoro, ha tanti momenti in cui ci cattura lo sguardo, e tanti altri in cui vogliamo distoglierlo disgustati dalle immagini più violente. Un’esperienza visiva che rimarrà nella vostra memoria.