“Au revoir, melograno” di Giacomo Pedrotti (classe 1995), presentato nella sezione cortometraggi Focus Nordest all’Edera Film Festival 2024, pone allo spettatore una domanda netta, fornendo una risposta delicatamente concisa:
Come si può sopravvivere ad una mancanza? Abbracciandola, curandola, coltivandola e lasciandola andare.

Primo lavoro del regista veneziano, “Au revoir, melograno” mette in scena un racconto intriso di surrealismo, nostalgia e amore, che indaga il tema del lutto attraverso la storia di due giovani innamorati. Sorretto da una struttura narrativa che gioca con le differenti temporalità del racconto, il cortometraggio racconta la storia di Beatrice che da poco ha perso il fidanzato Stefano, il quale però continua ad esistere – in un modo ideale e irreale – sottoforma di una pianta di melograno contenuta in un vaso.
La rappresentazione antropomorfizzata del mondo vegetale, che molto richiama la novella “Lisabetta da Messina” di Boccaccio, diventa l’elemento fondamentale del racconto che si rinnova e dissocia da una tradizione narrativa ormai usurata. Ponendo la storia su un piano surreale, Pedrotti svolge un’operazione attenta e acuta che nel prendere le distanze dal reale, evitando un approccio lezioso al dolore, mostra con maggior vividezza e senza pietismo le diverse sfaccettature del dolore e le sue fasi di guarigione. Così, Beatrice trascorre le sue giornate prendendosi cura della pianta di melograno, frutto simbolo di prosperità e di rinascita, annaffiandola e curandola; ne toglie le foglie secche, ne pota i rami, accompagnando ogni suo gesto a parole amorevoli che raccontano di un passato che non potrà ritornare, ma i cui ricordi rimarranno radicati nel suo animo.
Indifferente al giudizio della gente che la osserva mentre porta con sé l’uomo-pianta, Beatrice intraprende il suo percorso di guarigione dal dolore, osservando le fasi di crescita del melograno come una sorta di metafora temporale che scandisce il passare del tempo e la dissoluzione corporea ed emotiva della sua storia d’amore. Alla morbosità affettiva e alla difficoltà dell’accettazione del lutto, il melograno risponde perdendo sempre più foglie – non è un caso che il titolo inglese dell’opera sia Falling Leaves -, fino a ridursi ad uno scheletro di rami che necessita di essere messo a terra per poter trovare nuova vita. Un costante parallelismo umano-vegetale che rende quest’opera originalissima.
“Au revoir, melograno”, che si conclude con la messa a terra della pianta vicino ad altri alberi, ci ricorda che è necessario allontanarsi per poter ben vedere e che è vitale sradicarsi per poter trovare nuova vita.











