Settembre è il mese dei nuovi inizi, dei buoni propositi, quasi un gennaio, ma con più foglie sugli alberi e ancora i segni addosso dell’abbronzatura. La scelta di una nuova lettura vi acquisisce un carattere solenne, propiziatorio per i più devoti.
La schiuma dei giorni (L’Écume des jours, 1947) di Boris Vian assolve pienamente questa necessità. Narra la vita di Colin, giovane parigino esente da ogni genere di problema, il cui unico pensiero è trovare l’amore; con lui c’è Chick, compagno di avventure con una malsana fissazione per Jean-Sol Partre (voluto riferimento umoristico di Vian all’amico esistenzialista). La vita procede spensierata fino al momento in cui Colin incontra Chloé: per lei tutto cambia, l’amore inizia a scandire il ritmo delle giornate e non esiste altro che bellezza e gioia sfrenata. Al loro matrimonio partecipano tutti, anche le nuvole e un disinvolto Gesù, ma al ritorno dal loro viaggio di nozze qualcosa cambia, nei polmoni di Chloé si annida una malattia capace di consumare anche i fiori che le vengono portati in dono.
Un romanzo fuori genere dal genio di un autore fuori categoria. Boris Vian, pur sedendo nell’olimpo dei classici in Francia, è meno noto in Italia, ma grazie alla casa editrice Marcos y Marcos, che ha curato la pubblicazione di alcune fra le sue principali opere (l’ultima è Formiche, uscita quest’estate), La schiuma dei giorni è stato presentato al pubblico italiano nel 1992, grazie a un’opera di traduzione a dir poco acrobatica di Gianni Turchetta.
Leggere La schiuma dei giorni a settembre è allo stesso tempo appropriato e lenitivo. Sono pagine che parlano di gioventù e fame di vita, amore totalizzante e travolgente per una donna, per il jazz, per la letteratura. A fronte di ciò però si contrappongono la malattia che non fa sconti di fronte alla giovinezza e l’ingiustizia della macchina sociale che, quanto più la vita toglie, tanto più impone un prezzo più alto alla felicità, in una logica di sacrificio e abnegazione senza ricompense.
Nuovi inizi, fame sfrenata di vita, abbinati a una malinconica consapevolezza, sono temi affini al mese dei princìpi. Al contempo però questo romanzo è in grado di decontrarre la morsa dell’ansia da prestazione e della nostalgia per la spensieratezza estiva e lo fa attraverso il jazz, vera lingua madre di Boris Vian, il quale prima che scrittore fu musicista, compositore e cantante. Nella sua eclettica produzione artistica la scrittura, seppur con declinazioni multiformi, fu la forma espressiva meno apprezzata dai suoi contemporanei, riacquisendo dignità e seguito solo dopo la sua morte, in primis fra il pubblico degli anni Sessanta.
Per affrontare questa lettura è necessario innanzitutto accettare le condizioni di Vian: il patto letterario diventa un passaggio obbligato per essere fiondati poi nel vivo di questo romanzo dal ritmo frenetico e travolgente. È una premessa dovuta per un’opera che disorienta all’inizio, quasi indispettisce nella sua irruenza linguistica e figurativa, ma dal momento in cui ci si lascia addomesticare da questo ritmo, la melodia entra nelle ossa e non si può fare altro che ballarlo a perdifiato fino all’ultima pagina.
Regnano la sinestesia e la metafora nell’universo di Vian, il neologismo è così assiduo da tradursi in un vero e proprio linguaggio e la spinta immaginifica non si pone mai limiti di verosimiglianza. Ne deriva un mondo che si allunga e si restringe con l’andamento dei pensieri, in accordo con la sinfonia delle gioie e sofferenze di chi lo abita.
Le ambientazioni e i personaggi che le popolano sono in costante movimento, la staticità in ogni sua forma è inesistente, mentre vettori, angoli e parabole descrivono le traiettorie delle idee e degli spostamenti dei personaggi, in un equilibrio danzante e precario che con la stessa probabilità può far concludere un’azione in una piroetta così come in un rovinoso schianto – che per Vian sarà comunque un guizzo di vita mirabolante.
Ci si aspetta di soffrire leggendo un romanzo come questo? La domanda è puramente retorica, basti pensare a come ha scelto di vivere (e di morire) l’autore stesso: gravemente cardiopatico dalla giovane età, Vian ha condotto una vita a un ritmo forsennato, suonando la tromba fino alle quattro del mattino, innamorandosi, esplorando tutte le arti, ma pervadendole della sua musica. Incurante del limite segnato dal suo cuore, si è spinto a suo modo fino all’età di trentanove anni e ha lasciato questa terra in un cinema, guardando – e, a detta di alcuni, detestando – la trasposizione cinematografica del suo discusso romanzo Sputerò sulle vostre tombe (J’irai cracher sur vos tombes).
Daniel Pennac, grande estimatore di Vian, a proposito di La schiuma dei giorni parla di epicureismo tragico, inteso come un modo pieno e sfrenato di godere la vita come risposta consapevole alla sua natura precaria, quando l’unica certezza è la sua finitezza. E forse non c’è sintesi migliore di questa di fronte a un’opera che trova il suo senso nell’incontro fra il bello e il tragico e che ne conviene che, dopo questo faccia a faccia, il bello può guadagnare soltanto nuovo fulgore, al di là di ogni sconfitta.
Che il vostro settembre riveli un nuovo promettente inizio o semplicemente diluisca il sapore della spensieratezza estiva, La schiuma dei giorni di Boris Vian suonerà come l’accompagnamento adatto. Perché la magia dei nuovi inizi ha il sapore della malinconia quando ci si innamora di una donna che sembra sia stata arrangiata da Duke Ellington, quando i muri delle case sono resi duttili dai sentimenti che in esse si spandono o quando ci si scopre commossi da un topolino che non riesce a convivere con la sofferenza di chi ama.
- Boris Vian, La schiuma dei giorni, Marcos y Marcos 2022, 272 pp., In copertina: illustrazione di Teresa Doria, € 17.






