giovedì, Agosto 13, 2026
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“Tienimi Presente” di Alberto Palmiero

Alberto, aspirante regista 27enne, si sente a un bivio ancor prima di iniziare: aveva destato l’ammirazione dei suoi conoscenti andandosene a Roma, lasciando la provincia di Caserta e le sicurezze lavorative dopo gli studi informatici, prendendo sul serio il suo sogno di fare cinema; ma al termine di questo suo secondo percorso di studi tutto sembra un buco nell’acqua, le occasioni non si concretizzano, i dubbi diventano domande esistenziali. Sarà il peso dei trent’anni che sono prossimi, e di quella necessità di venire a capo una volta per tutte di chi si vuole essere nella vita?

Vincitore del premio per la Miglior Opera Prima alla Festa del Cinema di Roma 2025, candidato poi anche ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento nella categoria Miglior regista esordiente, “Tienimi Presente” è prodotto da Kavac Film in collaborazione con Rai Cinema, e annovera tra i produttori Marco Bellocchio e lo stesso Gianluca Arcopinto citato nel film. Alberto Palmiero riesce a bilanciare perfettamente malinconia e umorismo, e regge la prova del lungometraggio sia nella credibile interpretazione di sé stesso sia nella scrittura e nella direzione del suo racconto. Si gioca con furbizia la carta meta-cinematografica, conquistando da subito la simpatia dello spettatore nel racconto dei suoi fallimenti, e soprattutto del suo “sentirsi perso”; ma riesce a mantenersi in quota per tutta la durata del film, perché alla vena comica brillante e sempre lucida del protagonista – che, per quanto in crisi, non si prende mai troppo sul serio – fa da contraltare un’onestà del raccontarsi che permette a chiunque di sentirsi rappresentato almeno un po’.

Il regista – presente in sala alla proiezione nel corso dell’Edera Film Festival 2026 – ha detto come, pur nell’evidente coinvolgimento personale e semi-autobiografico (al punto che amici, fidanzata, genitori reali interpretano sé stessi nel film), il tentativo sia stato non tanto di raccontare sé stesso, ma di riuscire ad essere “porta” per un sentimento. Ed è indubbio come con Alberto si rida ma anche si senta molto, perché il tutto è mosso da un’esperienza autentica, di quelle difficilmente definibili ma solo “attraversabili” lasciandosi accompagnare e coinvolgere, lasciandosi “perdere” insieme a lui. “Tienimi Presente“, che nell’idea originaria nasceva come documentario, prova a dire qualcosa di vero sulla condizione complicata dei giovani in Italia che cercano un ponte tra le aspirazioni “da bambini” e la concretezza della vita “da adulti”; in quella fase che spesso coincide con una certa “disillusione”, che è poi la resa dei conti di una prima conoscenza di sé e la via stretta e tortuosa, ma obbligata, in cui ci si trova a decidere chi si vuole essere veramente. Dentro cui si scopre che forse aspirazioni e concretezza possono coesistere, o almeno trovare dei punti di incontro. Senza poter avere sempre tutto chiaro, beninteso, ma intanto “viviamocela, vediamo come va”; imparando a fidarsi, a lasciarsi andare, senza farsi paralizzare dalle aspettative e dalla paura di deludere quelle degli altri. Reimparando a stupirsi e ritrovando, rinnovati, quella forza che ci aveva spinti la prima volta.

Nessuna soluzione, allora, perché ognuno la deve trovare da sé, ma un percorso che si sviluppa con autenticità, con spirito, nella sua semplicità senza fronzoli. Opere così, che apparentemente si crogiolano nella malinconia, offrono in realtà una mano tesa e dicono ai viandanti perduti “rialzati!”, come si legge in un curioso cartello stradale. Offrendo un fianco ai colpi del destino, apparentemente smettendo di lottare e prendendosi del tempo (di indecisione), talmente “fallito” da doversi sedere con i bambini perché non c’è posto al tavolo dei grandi, Alberto si ritrova: forse proprio nell’essenzialità del ritorno alla casa dei genitori (in cui non può più fare il figlio), ritrovando gli amici di una vita (che sono altrettanto sperduti), trovando un nuovo coraggio (sotto i fuochi d’artificio dello scudetto del Napoli). La macchina riprende dall’alto un individuo che vaga per le strade un tempo conosciute, in mezzo alla folla di sconosciuti, ma un poco per volta si abbassa: inizia ad intercettare uno sguardo in attesa o in cerca di qualcosa; e altri sguardi come il suo, in quella stessa traiettoria creata dal cambio di prospettiva, non possono che incrociarlo, prima o poi; è solo a quell’altezza che Alberto si scopre un po’ meno solo e un po’ meno “individuo”. A quel punto è tutto già un po’ meno astratto in questo mondo di appelli, comparse, contatti e networking a forza di “tienimi presente” che cadono nel vuoto. Alla fine, «è tutta una questione di persone».