Soggetto obsoleto“, di Nicola Pegg, chiude la serie di sei cortometraggi di fiction selezionati per la sezione Focus Nord Est dell’Edera Film Festival 2025.

Il regista di Castelfranco Veneto, classe 1995, che in passato ha sperimentato diversi generi cinematografici sempre per mezzo di short films, sceglie questa volta di concentrarsi sull’analisi psicologica di personaggi comuni posti di fronte all’inevitabilità dello scorrere di un tempo che non è possibile riavvolgere né arrestare e dunque alla consapevolezza della perdita progressiva di parti di sé, luoghi, consuetudini, persone amate, destinati tutti a mutare fino in ultimo a scomparire.

Il tema, con tutto il carico di angoscia che porta con sé, è esplorato con semplicità e delicatezza nella forma del dramma distopico, che vi affianca una componente di critica sociale: in un futuro prossimo, apparentemente del tutto sovrapponibile al nostro nei suoi elementi di quotidianità, uno stato cinico, incentrato esclusivamente sulla produttività, sottopone periodicamente gli anziani a prove cognitive e fisiche, eliminando senza scrupoli tutti coloro che, alla luce del mancato superamento del test, sono considerati null’altro che un inutile fardello per il resto della società.

Ce lo dice una didascalia su schermo nero, mentre iniziamo ad abituarci all’insistente ticchettio d’orologio che farà da leitmotiv ansiogeno per buona parte del corto, accompagnando le tenere e desolate interazioni tra Marco e il padre ottantenne, che cerca disperatamente di sfuggire al sempre più prossimo destino di obsolescenza, sostenuto pazientemente dal figlio.

La lente della cinepresa di Pegg vuole essere più trasparente possibile; l’immagine grezza, fotografata con neutralità, punta a ricreare un’atmosfera brutalmente realistica, cedendo però talvolta all’accentuazione delle tinte fredde in accordo con lo stato d’animo dei due protagonisti, in contrasto con la luce calda che avvolge la compagna di Marco, pacificamente assuefatta allo stato delle cose e per niente turbata dalla violenza delle istituzioni, presenze invisibili eppure opprimenti

Questo costante senso di oppressione è accentuato dalla scelta del formato immagine in 4:3, che schiaccia Marco e il padre all’interno delle mura domestiche, tra le quali si svolge quasi tutta la storia, mentre riflettono, a volte in silenzio, altre per mezzo di dialoghi drammatici ma sinceri, sulla paura che più li attanaglia.  Solo in epilogo veniamo catapultati nello spazio aperto più ampio che si possa immaginare, una spiaggia sul cui orizzonte si staglia il mare sconfinato; ed ecco che  finalmente il bel tema musicale, rimasto inespresso nel corso di tutto il corto, può esplodere e trovare pieno compimento, mentre assistiamo a un finale pacificatorio, in cui tutto si ferma, i due uomini respirano, finalmente, e il padre, interpretato da un magistrale Claudio Abbiati, mesto eppure pieno di quieta dignità, dona al figlio la sua preziosa prospettiva sul valore del tempo che scorre.