Vera è una ragazzina di 11 anni, un tipino speciale, con interessi e domande non comuni tra i suoi coetanei. Lo spazio, l’infinito, cosa c’è oltre ciò che non si può vedere… Ma un giorno improvvisamente scompare. Nessuna traccia, nessun indizio per due anni.
Quando riappare è una giovane donna che non ricorda nulla di quello che le è successo.
Accolta con materna accettazione da parte della madre, con diffidenza da parte del padre, Vera, poco alla volta, mette insieme i pezzi confusi di un’esperienza spazio – temporale, che ha condotto la sua essenza o le particelle di essa fino in Cile.
Due esistenze lontane, il mare italiano e il deserto dell’Atacama, due collisioni come due stelle “siamo tutti esseri di luce e che nella luce ritorneremo” racconta Beniamino Catena.
Girato tra la riviera ligure (Finale Ligure, in provicina di Savona, luoghi dove vive il regista) e il Cile (il deserto dell’Atacama è il posto geografico più vicino alle stelle), Vera De Verdad è irrazionale come possono essere i sentimenti; non è tangibile, nel senso che non lo si può ridurre a una sola definizione di genere filmico. Fantascienza, fantasia, thriller.
Ci sono poche parole, molti sguardi, altrettanti gesti in questo film scritto da Paola Mammini e Nicoletta Polledro, da un soggetto del regista e di Graziano Misuraca.
La musica dei Marlene Kuntz e la fotografia di Maura Morales Bergmann accompagnano questa storia interessante e inafferabile ad “esplorare il rapporto tra vita e morte, paura e accettazione, solitudine e unione con il Tutto”.
Senza togliere nulla alla bravura di tutto il cast, c’è un personaggio che svetta su tutti; è la madre di Vera, interpretata Anita Caprioli, che àncora la fantascienza al realismo. Il suo accettare il dolore della scomparsa, il legame di sangue, il destino di sua figlia, dà forma a un sentimento universale.






