Lontano dai riflettori e dalle grandi strategie politiche, questa è la parte degli Stati Uniti d’America che non conosciamo, o della quale spesso ci si dimentica quando si parla di USA.

E’ la vita di una piccola città mineraria ormai in declino, tra i monti del West Virginia. l’abitazione più comune è una roulotte, l’aspirazione più elevata per una ragazza è poter fare la commessa in un fast food o nel pub. Per un ragazzo… beh, oltre ad alcol e droga pare che ci sia poco altro. L’unica cultura è quella del biliardo. Ecco perché il giovane Cole, che a tempo perso studia come infermiere ma è ancora solo inserviente in una clinica per anziani, è chiamato “dottore”.

Cole è generoso, premuroso e molto apprezzato nel suo lavoro, ma anche lui ha i suoi fantasmi e la sua fragilità. Allevato dai nonni materni, lei silenziosa e sottomessa per tutta la vita e lui pastore della chiesa locale, rigido e severo, Cole non conosce sua madre, cacciata dal nonno a causa di quella maternità senza marito. Alla morte del nonno, riaffiorano ricordi di infanzia misti di immagini diverse: passeggiate nella grandiosità divina della natura, passi biblici imparati a memoria e una specie di esorcismo praticato durante la messa al piccolo Cole. Morto il patriarca, ritorna anche la madre di Cole, non più bandita dalla casa paterna, alla quale il ragazzo lentamente si riavvicina. Anche lui come fanno molti compaesani, spaccia droga; eppure la sua pare una missione salvifica: agli anziani e ai disperati che assiste a domicilio, infatti, oltre al cibo, porta anche pasticche che fanno stare lontani dolori e pensieri. Una missione che gli permette di arrotondare il mensile, ma a spese della clinica alla quale sottrae i farmaci.

“Chi è senza peccato…”, verrebbe da dire. Nessuno lo è, persino le piissime zie di Cole hanno peccato, di invidia e di avarizia. Chi ha peccato alla fine verrà assicurato alla giustizia umana, in attesa, un giorno, di quella divina. E chi non ha peccato, o si è pentito, è meglio che se ne vada subito, prima che sia troppo tardi, e lontano, dove la vita offra qualche orizzonte nuovo e più aperto.

Un film dal respiro epico, accompagnato da una avvincente colonna sonora “country”, dove spiccano le musiche di Jason Molina, cui il film è dedicato, geniale artista anche lui figlio di quella “America profonda”, morto a soli 39 anni per abuso di alcol e sostanze.

Encomiabile prova sia degli attori, sia del cinquantenne regista Braden King al suo secondo lungometraggio, ma con un corposo curriculum di video musicali e di documentari.

Nel concorso lungometraggi al 38° Torino Film Festival, novembre 2020.